a cura di Daria Tinagli
Titolo: Prima di sparire
Autore: Mauro Covacich
Editore: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2007
Numero di pagine: 277
Prezzo di copertina: 16 euro.
“I frammenti di un romanzo che sognavo di scrivere giacevano inerti sotto il peso delle cose che mi erano successe negli ultimi diciotto mesi, forse dovevo provare a raccontare quelle. Così ho cominciato. Il motto che avevo in mente era: questi fatti esistono, queste persone esistono, io esisto”.
Ecco cosa dice Mauro Covacich del suo romanzo. E ancora, nell’intervista di Claudia Bonadonna, si legge: “Ho cominciato a scrivere come se fosse un interrogatorio: io ero il giudice e l’imputato. Volevo che non fosse un semplice romanzo ma un’opera di verità. Viviamo affogati nella finzione, ogni cosa viene raccontata in questa forma, da quella più seria alla più banale. Invece bisogna fare un passo indietro e tornare al disagio che provoca la verità. Anche per chi scrive”.
Ottime intenzioni: dire la verità. Obiettivo raggiunto, se l’obiettivo era quello di mettere a disagio raccontando la propria verità. Eppure. Eppure c’è qualcosa che non regge.
Il risultato dell’esperimento è una specie di cronaca di questi diciotto mesi. La storia in sé è banale: lui lascia la moglie (per la quale prova ancora qualcosa) per un’altra (per la quale prova qualcos’altro: quello che non prova più per la moglie). La novità che non è nella trama è nella scrittura, nella scelta stilistica, nella cronaca serrata e spietata.
E’ difficile parlare di questo libro. E’ difficile perché non vorrei sparare a zero sull’autore che è uno bravo, sa quello che dice e scrive e allora mi ripeto che un motivo ci sarà, vero e profondo, se ha scritto questo libro. Non voglio analizzare se sia eticamente o moralmente giusto averlo scritto e pubblicato, cosa che, tra l’altro, non faccio con molti libri che meriterebbero forse una riflessione del genere, ma è una riflessione per me noiosa e complicata e allora lascio perdere. Mi accorgo che posso parlare solo di quello che ho vissuto e provato io leggendo il libro, cercando di vederla sia come vita vissuta sia come pura invenzione, perché ancora non ho capito quale sia il punto di vista giusto.
Fin dalla prima pagina il lettore si immerge in questi racconti pieni di dettagli visti da vicino, quasi da dentro, sembrerebbe. L’accanimento nei dettagli, la volontà di sviscerare tutto, di guardare da dentro, senza filtri né interpretazioni né pietà, percorre tutto il romanzo.
Pagina dopo pagina pare quasi di spiare i tre poveri protagonisti, loro malgrado. Veniamo portati per mano a guardare la loro quotidianità, i loro segreti, i messaggi sul cellulare, i comportamenti vergognosi se visti da fuori. Eppure quello che arriva al lettore non è una sensazione di vicinanza, non è empatia né comprensione, neppure tenerezza. Questo coinvolgimento impudico del lettore non lo aiuta a vedere la verità tanto cercata con i propri occhi, non lo aiuta a capire né sentire. Chi legge si scopre a provare molta lontananza da tutti i protagonisti del romanzo, la stessa lontananza che, nonostante tutto, c’è tra ognuno di loro.
Ecco di cosa parla il libro, parla di quanto sia difficile essere davvero vicini a qualcuno, amare davvero qualcuno. Parla della solitudine forse, se proprio deve parlare di qualcosa. Non è vero che parla dell’abbandono e della passione, come suggerisce la quarta di copertina. In questo libro si parla di solitudine e lontananza.
Lontano e ostile lui. Lontana e inutile Susanna, l’amante. Susanna e il suo linguaggio insostenibile da leggere, figuriamoci ascoltarlo quale sofferenza debba essere, ma questo è. Pare che lui la ami così: ama i suoi “perké”, i suoi “kasini”, i suoi “tvtb”, i suoi puntini di sospensione, le smorfiette da adolescente e le codine sulla sua faccia di trentottenne. Lontana pure Anna, la moglie: eterea, magra e pallida. Troppo buona, troppo ingenua, troppo comprensiva e generosa. Viene da scuoterla, dirle di essere se stessa e non lo stereotipo della donna-madonna.
I personaggi sono macchiette. Nulla di più. La storia, al di là dell’apparente desiderio di andare alla profondità delle cose con questo senso di logoramento perenne, resta in superficie.
Allora mi chiedo: cosa resta, in fondo, di un libro così. Resta poco al lettore. Resta qualcosa, forse, ai suoi poveri protagonisti, un po’ la sorte che capita a tanti diari e appunti sparsi e dimenticati nei cassetti, nelle stanze, nei nostri appartamenti.