Voci di viaggio, voci di volontari

Ottobre 8, 2009 di pgpadova

L’Ufficio Progetto Giovani, da diversi anni è ente di invio e di accoglienza dei giovani del Servizio Volontario Europeo (S.V.E.) del programma comunitario Gioventù in Azione. Numerosi sono infatti i ragazzi tra i diciotto ed i trent’anni, che decidono di dedicare un periodo della loro formazione all’estero, o perché al termine degli studi universitari o durante una pausa “sabbatica” dal percorso professionale intrapreso, per svolgere un’esperienza di volontariato in un ambito di preferenza tra le numerose offerte rese disponibili dal programma.

Progetto Giovani, oltre a fornire un orientamento agli aspiranti volontari italiani in partenza, ospita a Padova ogni anno dai due ai sei volontari europei all’interno di progetti SVE di carattere socio- culturale finalizzati alla promozione dell’interculturalità e della solidarietà.

Realizzare un progetto di volontariato SVE è sicuramente un’esperienza di crescita e maturazione personale, i cui “risultati” (o frutti) si misurano soggettivamente per ogni volontario. Non è possibile identificare al momento della partenza cosa ognuno porterà a casa al rientro dal proprio “viaggio”, poiché in ogni “romanzo di formazione” l’avventura del percorso contiene sia momenti d’entusiasmo che incoraggiano, sia prove individuali che possono rendere difficile proseguire. Senz’altro quando si arriva al termine del percorso (fuor di metafora, del progetto) si è diversi, come testimoniano molti volontari che sostengono che lo SVE abbia cambiato loro la vita! Talvolta questo si traduce nell’acquisizione di una nuova prospettiva, un punto di vista più aperto verso il mondo e le sue molteplici culture, la comprensione o l’intuizione d’essere <<cittadini del mondo>> e che questo sia un vantaggio per poter tradurre in progetti concreti dei sogni ritenuti magari improbabili. E’ il caso di molti volontari che a conclusione dallo Sve si fermano nel paese che li ha ospitati perché hanno trovato lavoro o per le nuove amicizie che li fanno sentire a casa, oppure di quelli che ripartono dopo poco tempo alla ricerca di nuove mete, nuovi viaggi, nuove trasformazioni d’orizzonte.

Talvolta l’esperienza SVE , invece, è un piccolo “bulbo” che il volontario tiene in tasca per qualche tempo, e che a distanza, quando sarà la sua stagione, darà il frutto.

Vogliamo lasciare ai lettori del nostro sito una traccia del passaggio dei “viaggiatori” che da poco hanno concluso un progetto nella nostra città, attraverso piccoli estratti della loro testimonianza di volontari.

I loro progetti “Equal Opportunities for Disabled Students” (Martha, Laura, Raphael e Arve) e “Giovani per l’Intercultuturalità” (Ilona e Lourdes) si sono conclusi nel mese di Agosto e si sono svolti rispettivamente nell’ambito della disabilità, il primo, e dell’animazione giovanile e dei servizi sociali, il secondo. Il primo si è svolto in collaborazione con il Servizo Disabilità dell’Università degli Studi di Padova.

Michela, operatrice di Progetto Giovani

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Io? Volontario S.V.E.!

“Ci sono tanti motivi per cui scegliere di svolgere un anno all’estero grazie allo SVE, io l’ho scelto principalmente per la mia crescita personale. Ho deciso di fare un anno di esperienze all’estero con lo SVE perché volevo conoscere altre culture. Ad ottobre comincerò a studiare medicina. Questo era anche una motivazione per me a fare un anno SVE”. (Laura- Germania)

“Ho deciso di fare il Servizio Volontario Europeo, perché mi piaceva l’idea di lavorare in un progetto sociale e di lavorare per la coesione e l’unione dell’Unione Europea. Volevo fare un’esperienza all’estero per una crescita personale, uno scambio culturale, per imparare una lingua nuova e per conoscere un altro paese. Ho cercato progetti in Italia perché mi piace questo paese e la lingua italiana da tanto tempo. Inoltre mi piace la musica italiana e l’opera e volevo capire i testi delle canzoni. Volevo usare quest’anno dopo la scuola e prima di andare all’università per riflettere su ciò che potrei fare dopo, per conoscere un campo d’attività nuova per me (come il lavoro con disabili), per lavorare nel settore sociale e per vedere i miei limiti e capacità”. (Martha- Germania)

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10 minuti con…

Settembre 23, 2009 di pgpadova

Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova. E’ uno scrittore, docente di scrittura creativa, cercatore di talenti letterari e molto altro. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti ed altri libri d’inchiesta o sullo scrivere. Nel 1993 ha fondato la “Piccola Scuola di Scrittura Creativa”. Collabora con il Mattino di Padova. Da maggio 2001 a maggio 2009 ha lavorato come consulente per la Sironi editore e da giugno 2009 fa il consulente per Einaudi Stile libero. Dal 2000 pubblica “vibrisse”, bollettino di letture e scritture (http://vibrisse.wordpress.com) e dal 2006 ha fondato vibrisse libri (www.vibrisselibri.net) casa editrice in rete.
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L’inviata allo scaffale degli scrittori

Settembre 22, 2009 di pgpadova

a cura di Lorenza

Esiste l’Italia?

Presentazione dell’inchiesta di Ivo Diamanti sul tema “L’Italia secondo gli italiani”, nell’ultimo numero della rivista di geopolitica Limes, diretta da Lucio Caracciolo.

Diamanti e i suoi collaboratori hanno realizzato per la rivista Limes una radiografia dell’Italia, o meglio degli italiani. Leggi il seguito di questo post »

Scambi socio-culturali estate 2009

Agosto 25, 2009 di pgpadova

I leader group degli scambi organizzati da Progetto Giovani raccontano la loro esperienza.

“MUSICHE, DANZE E COSTUMI DEL TERRITORIO LOCALE”
PADOVA (1-10 Luglio 2009)
Scambio svolto nell’ambito della collaborazione bilaterale tra il Comune di Padova e la regione Navarra (Spagna).

Il progetto, dal titolo “ Musiche, danze e costumi del territorio locale ” si è rivolto a 10 giovani spagnoli e 8 italiani di età compresa tra i 15 ed i 17 anni. Il gruppo italo/spagnolo ha (ri)conosciuto la città e le sue ricchezze attraverso attività insolite nei luoghi della cultura tra Padova e Venezia e proposte coinvolgenti da parte di varie Associazioni di Padova e dintorni. La partecipazione – comprensiva di vitto, alloggio, visite culturali, spostamenti con mezzi pubblici, entrata ai musei e visite guidate – è stata gratuita.
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L’inviata allo scaffale degli scrittori

Agosto 5, 2009 di pgpadova

a cura di Lorenza


Tanto più è particolare, tanto più è universale

Presentazione del libro di Daria Bignardi, uscito per Mondadori quest’anno, Non vi Lascerò orfani.

Con la guida di Paolo di Paolo, scopriamo il mondo della giornalista, autrice, intervistatrice più schietta della tv, Daria Bignardi. Lei ci apre le porte di casa sua e della sua famiglia, ci parla apertamente, con naturalezza, facendo tornare alla mente i comportamenti di tutta la sua famiglia, rivisitando i luoghi cari a sua mamma, citando con il giusto accento e intonazione le tipiche frasi di suo padre. E per un po’ ci sembra quasi di non avere di fronte quella persona che mette al muro gli intervistati in tv, o che scrive brillante e pungente sulla carta stampata, ma una donna che racconta un pò di se stessa e della sua vita. Leggi il seguito di questo post »

Un posto per leggere

Agosto 5, 2009 di pgpadova

a cura di Daria Tinagli

Titolo: Prima di sparire

Autore: Mauro Covacich

Editore: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2007

Numero di pagine: 277

Prezzo di copertina: 16 euro.

I frammenti di un romanzo che sognavo di scrivere giacevano inerti sotto il peso delle cose che mi erano successe negli ultimi diciotto mesi, forse dovevo provare a raccontare quelle. Così ho cominciato. Il motto che avevo in mente era: questi fatti esistono, queste persone esistono, io esisto”.

Ecco cosa dice Mauro Covacich del suo romanzo. E ancora, nell’intervista di Claudia Bonadonna, si legge: “Ho cominciato a scrivere come se fosse un interrogatorio: io ero il giudice e l’imputato. Volevo che non fosse un semplice romanzo ma un’opera di verità. Viviamo affogati nella finzione, ogni cosa viene raccontata in questa forma, da quella più seria alla più banale. Invece bisogna fare un passo indietro e tornare al disagio che provoca la verità. Anche per chi scrive”.

Ottime intenzioni: dire la verità. Obiettivo raggiunto, se l’obiettivo era quello di mettere a disagio raccontando la propria verità. Eppure. Eppure c’è qualcosa che non regge.

Il risultato dell’esperimento è una specie di cronaca di questi diciotto mesi. La storia in sé è banale: lui lascia la moglie (per la quale prova ancora qualcosa) per un’altra (per la quale prova qualcos’altro: quello che non prova più per la moglie). La novità che non è nella trama è nella scrittura, nella scelta stilistica, nella cronaca serrata e spietata.

E’ difficile parlare di questo libro. E’ difficile perché non vorrei sparare a zero sull’autore che è uno bravo, sa quello che dice e scrive e allora mi ripeto che un motivo ci sarà, vero e profondo, se ha scritto questo libro. Non voglio analizzare se sia eticamente o moralmente giusto averlo scritto e pubblicato, cosa che, tra l’altro, non faccio con molti libri che meriterebbero forse una riflessione del genere, ma è una riflessione per me noiosa e complicata e allora lascio perdere. Mi accorgo che posso parlare solo di quello che ho vissuto e provato io leggendo il libro, cercando di vederla sia come vita vissuta sia come pura invenzione, perché ancora non ho capito quale sia il punto di vista giusto.

Fin dalla prima pagina il lettore si immerge in questi racconti pieni di dettagli visti da vicino, quasi da dentro, sembrerebbe. L’accanimento nei dettagli, la volontà di sviscerare tutto, di guardare da dentro, senza filtri né interpretazioni né pietà, percorre tutto il romanzo.

Pagina dopo pagina pare quasi di spiare i tre poveri protagonisti, loro malgrado. Veniamo portati per mano a guardare la loro quotidianità, i loro segreti, i messaggi sul cellulare, i comportamenti vergognosi se visti da fuori. Eppure quello che arriva al lettore non è una sensazione di vicinanza, non è empatia né comprensione, neppure tenerezza. Questo coinvolgimento impudico del lettore non lo aiuta a vedere la verità tanto cercata con i propri occhi, non lo aiuta a capire né sentire. Chi legge si scopre a provare molta lontananza da tutti i protagonisti del romanzo, la stessa lontananza che, nonostante tutto, c’è tra ognuno di loro.

Ecco di cosa parla il libro, parla di quanto sia difficile essere davvero vicini a qualcuno, amare davvero qualcuno. Parla della solitudine forse, se proprio deve parlare di qualcosa. Non è vero che parla dell’abbandono e della passione, come suggerisce la quarta di copertina. In questo libro si parla di solitudine e lontananza.

Lontano e ostile lui. Lontana e inutile Susanna, l’amante. Susanna e il suo linguaggio insostenibile da leggere, figuriamoci ascoltarlo quale sofferenza debba essere, ma questo è. Pare che lui la ami così: ama i suoi “perké”, i suoi “kasini”, i suoi “tvtb”, i suoi puntini di sospensione, le smorfiette da adolescente e le codine sulla sua faccia di trentottenne. Lontana pure Anna, la moglie: eterea, magra e pallida. Troppo buona, troppo ingenua, troppo comprensiva e generosa. Viene da scuoterla, dirle di essere se stessa e non lo stereotipo della donna-madonna.

I personaggi sono macchiette. Nulla di più. La storia, al di là dell’apparente desiderio di andare alla profondità delle cose con questo senso di logoramento perenne, resta in superficie.

Allora mi chiedo: cosa resta, in fondo, di un libro così. Resta poco al lettore. Resta qualcosa, forse, ai suoi poveri protagonisti, un po’ la sorte che capita a tanti diari e appunti sparsi e dimenticati nei cassetti, nelle stanze, nei nostri appartamenti.

Un posto per leggere

Maggio 28, 2009 di pgpadova

A cura di dariatinagli@gmail.com

QUELLA SOLITUDINE CHE CI SALVERA’

Sul numero 789 del settimanale Internazionale c’è un articolo di William Deresiewicz (critico letterario americano), dal titolo “The end of solitude” (la fine della solitudine) e tratto dal settimanale The Chronicle of Higher Education . E’ un pezzo pieno di idee e riflessioni: vi invito a cercarlo e a leggerlo, se non lo avete ancora fatto (all’Informagiovani di Padova è disponibile in consultazione).
Intanto ve lo racconto un po’, con qualche divagazione, come posso. Il percorso seguito dall’autore è molto articolato, questo l’ordine:
- l’io contemporaneo ha bisogno di essere visibile, farsi conoscere dal più ampio numero di persone possibile.
- l’io contemporaneo ha il terrore dell’anonimato.
- oggi viviamo soltanto in rapporto agli altri.
- la solitudine è scomparsa.
L’idea portante di questo discorso ampio mi pare sia spiegata bene in queste righe dell’autore: “Non siamo soltanto animali sociali. Ognuno di noi è anche separato dagli altri e solitario. Ognuno è un sé unico, misteriosamente racchiuso in questo sé”.
In ogni epoca passata la solitudine era importante. Nel romanticismo la solitudine era indispensabile per la formazione dell’io sociale di ogni individuo: senza di essa non c’era il sé. Nel modernismo la solitudine è meno generosa e più chiusa in sé, il mondo esterno è una minaccia per l’io mentre la solitudine lo protegge e lo nutre. Oggi la solitudine spaventa. Le tecnologie della comunicazione ci hanno dato la sensazione di una maggiore vicinanza tra le persone. Internet ha permesso comunicazioni costanti, continui scambi con chiunque.
“L’obiettivo ora è semplicemente farsi conoscere, diventare una specie di celebrità in miniatura. La visibilità garantisce la nostra autostima diventando il surrogato di una vera relazione. Fino a poco tempo fa era facile sentirsi soli. Oggi è impossibile”. Scrive Deresiewicz.
L’uso attuale della tecnologia, consentendo continui contatti con l’altro (chiunque altro) aiuta a costruire la propria identità attraverso l’esibizione di piccoli pezzetti di sé. Scrive ancora Deresiewicz: “I giovani di oggi hanno l’impressione di potersi far conoscere fino in fondo. Sembra che non abbiano il senso della loro profondità e di quanto sia importante tenerla nascosta”.
Pubblico in Internet le fotografie del mio ultimo week end in montagna. Scrivo sul mio stato in facebook che sto preparando i biscotti mentre canto “she loves you” dei Beatles. Scrivo che odio la pioggia di oggi. Scrivo che sono felice di aver incontrato la zia Clementina dal fornaio. Scrivo che mi sono dipinto le unghie di blu. Questi dettagli di me una volta condivisi contribuiscono a rendermi più interessante ai miei occhi e più vero: se gli altri mi vedono io esisto davvero.
La solitudine è così sconfitta, e io ho la sensazione immediata di esistere davvero attraverso gli occhi dei miei quattrocentotrentasette amici in facebook, i contatti ricevuti dal mio blog in un giorno, i commenti ottenuti col mio ultimo post su quanto mi piacciano le fragole con la panna.
Quando posto qualcosa sul mio blog o tra le note di facebook chiunque può subito commentarmi: è quello che voglio, infatti torno continuamente a guardare se qualcuno mi ha scritto. Piace ciò che ho detto? Qualcuno condivide ciò che ho scritto? Qualcun’altro invece mi condanna? Lo voglio sapere, immediatamente. Ma perché? Perché questo desiderio di approvazione continua? Perché non può bastarmi il mio stesso affetto per ciò che ho scritto? Io lo conosco davvero, magari lo cambierò, cambierò persino idea. Invece nel web ti esponi in tutto e per tutto, devi accettarne le regole.
E’ un chiacchiericcio continuo. I commenti spesso si riducono ad un bello/brutto o mi piace/non mi piace. Forse non a caso facebook ha da poco introdotto “i pollicini in su e in giù” per velocizzare consensi e dissensi: clicco e ho detto la mia, sono felice, a posto. Mi illudo che questo sia un grande discorso articolato, ma tanti “pollicini in su o in giù” non fanno mezza frase di senso compiuto, lo so. “Bisogna proteggersi dall’urto del consenso intellettuale e morale, soprattutto durante la gioventù”, scrive ancora Deresiewicz.
Allora Deresiewicz prova a suggerirci un’idea semplice eppure insolita: provare a stare da sé, almeno un po’, almeno ogni tanto. Forse, ci avverte, la nostra solitudine offenderà gli amici: “abbiamo fatto della cordialità, il sorriso tirato, l’interessamento cortese, l’invito fasullo, una virtù fondamentale. L’amicizia forse sta sfuggendo alla nostra presa, ma siamo universalmente amichevoli”.
Riscoprire l’ozio, il piacere di pensare, non dover giustificare un pensiero per noi già completo o che completeremo, quando ci andrà di farlo. Scoprire la propria profondità che va oltre ciò che si può dire in qualche riga accattivante.  Avere in sé la consapevolezza di ciò che si è, l’amore per ciò che si è.
Al novecentonovantanovesimo commento all’ultimo post non mi sentirò più compreso. E non mi sentirò meno solo al novecentonovantanovesimo amico aggiunto in facebook. E se sarà così bisognerà iniziare a preoccuparsene un po’.
Mi viene in mente Erri De Luca in “Non ora, non qui”, dice: “si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto. Si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le altre persone”.
Allora, se quello che scrive De Luca è vero, mi pare che oggi sia davvero difficile crescere, faticoso, un’impresa quasi impossibile. Ma è necessario provarci, a qualunque costo.

Il futuro di Simenon

Maggio 28, 2009 di pgpadova

A cura di lorenza.sca@gmail.com

A vent’anni dalla sua morte si parla del celebre scrittore francese e del suo personaggio per eccellenza, il Commissario Maigret.
Simenon, bugiardo per superbia o per diletto? Molte sono le leggende che girano intorno al personaggio Simenon, e non si riesce a capire quali siano quelle fondate e quali invece quelle frutto della fantasia di qualcuno, anche dello stesso autore.  Per tutta la serata passata in compagnia del figlio di Simenon, John, Antonio De Benedetti, scrittore, Marco Bevilacqua, traduttore di alcuni romanzi del Commissario Maiget, Paolo di Paolo, curatore della rassegna “Lo scafale degli scrittori”, si ha l’impressione di essere dentro ad una storia, o meglio, di sentirsela raccontare. Georges Simenon è riuscito a creare intorno a sè un alone di curiosità che attrae le persone, affascina, interessa, e le tiene a parlare di lui per oltre un’ora. Più ci si avvicina alla sua conoscenza, più si vuole andare in profondità per svelare tutti i misteri che aleggiano attorno alla sua figura di scrittore.
Di Simenon si sanno molte cose, ma riuscire a capire, a distinguere quali siano quelle vere e quali quelle false non è facile. Come dice il suo traduttore Bevilacqua in merito alla scrittura, Simenon dissenimava trappole dappertutto, anche nella vita e nel rapporto con i giornalisti. Il figlio ci dice che Georges alla stessa domanda avrebbe risposto in maniera differente se si fosse trovato davanti a giornalisti di nazionalità diverse. Per esempio, in un video di un’intervista fatta da a Simenon Veccheitti, mostrato a inizio serata, Simenon dice che l’interprete di Maiget preferito, sullo schermo, era senz’altro Gino Cervi; sappiamo ora dal figlio che se il giornalista fosse stato francese avrebbe sicuramente risposto Jean Richard o Bruno Crémer.
Anche la velocità di scrittura è proverbiale. Viene raccontato un aneddoto sul tempo impiegato da Simenon per chiudere un libro: un giorno Alfred Hitchcock chiamò al telefono Geoges; rispose la segretaria che gli disse che non poteva rispondere perchè era occupato a scrivere uno dei suoi romanzi; Hitchcock disse “Aspetto in linea che finisca allora!”. Ci conferma il figlio, John Simenon, presente in sala, che la velocità di scrittura del padre non è una leggenda: veramente non impiegava più di una decina di giorni per scivere, in quanto se avesse impiegato più tempo, non gli sarebbero bastate le energie, non avrebbe resistito a tanto sforzo prolungato.
Altre leggende raccontano che tutto ciò la sua mente creasse, lui lo fermasse sulla carta con le matite, e che non le temperasse mai: le buttava appena consumata la prima punta e ricominciava con una nuova. Per scaramanzia pare scrivesse gli appunti per i nuovi romanzi su delle grandi buste gialle, sempre a matita, all’interno delle quali poi metteva tutto il materiale raccolto per la realizzazione del romanzo, per l’ideazione dei personaggi, per la creazione dei luoghi. La sua mitica pipa d’oro non lo lasciava mai: le molte immagini che ci rimangono lo ritraggono sempre accompagnato da quest’oggetto quasi di culto. Sapeva cucinare e apprezzava la buona cucina: da qui forse la scelta di fare di Maigret un buongustaio, capace di apprezzare i manicaretti preparati dalla moglie, che gli ospiti della serata prontamente elencano, stimolando un certo appetito tra il pubblico.
A inizio serata, una registrazione del ‘63 aveva mostrato un’intervista di Georges Simenon, fatta da Vecchietti, nella quale l’autore e inventore del personaggio del Maigret spiegava, mimando, come il Commissario avrebbe condotto dal vivo gli interrogatori “a ritornello” che vengono descritti nei suoi libri. Si vede che si alza, pone delle domande al giornalista, fa finta di ricevere delle risposte, mima in tutto e per tutto quello che avrebbe fatto e che avrebbe detto il Commissario. Gli ha dato vita non solo sulle pagine dei suoi libri, ma in quell’occasione gli ha dato anche una voce, un corpo, dei movimenti. E sembra di vedere Maiget proprio lì. E’ incredibile come il personaggio di un libro appartenga così tanto al suo autore, e ci assomigli pure: entrambi con il farfallino, entrambi con la pipa sempre accesa in mano, e chissà quante altre similitudini, leggendo tutti i libri, verrebbero a galla.

Un posto per leggere

Maggio 12, 2009 di pgpadova

a cura di dariatinagli@gmail.com

Titolo: Revolutionary road

Autore: Richard Yates

Traduttore: Alessandra Dell’Orto

Edizione: Minimum fax

Anno di pubblicazione: USA 1961;

Bompiani 1964; Minimum fax 2003

Numero di pagine: 405

Prezzo di copertina: 11,50 euro

Note: libro finalista al National Book Award (1961)

Estate 1955, Connecticut occidentale, zona residenziale di Revolutionary Hill. La giovane famiglia Wheeler vive in una graziosa villetta in Revolutionary Road. Frank, ogni giorno, prende il treno per raggiungere New York e il suo lavoro (“il lavoro più cretino che si possa immaginare”, dice). April, ogni giorno, se ne sta a casa a cucinare e badare ai due figli che giocano in giardino.

Potrebbe essere un’estate come tante, potrebbe essere una famiglia felice, a suo modo. Invece non è così. Proprio l’insistente desiderio di felicità, forse, non permette a questa famiglia di essere felice, insieme alla consapevolezza di ciò che è e alla volontà di essere altro.

Questo romanzo è la fotografia di un tentativo fallito di rivoluzione. Le illusioni che aiutano a vivere sorridendo si infrangono durante questa lunga estate. Parigi promette una vita nuova, briosa e piena di entusiasmi: è lì, un pensiero indefinito pronto ad accogliere i Wheeler e i loro sogni di felicità, la loro voglia di ricominciare. Ma questa estate a Revolutionary Hill sarà troppo crudele e la vita dei Wheeler non sarà più la stessa: né quella sopportata con fatica finora né quella desiderata intensamente da sempre.

La forza di questo romanzo sono le parole e la loro apparente semplicità, tanto sono fluide e naturali. La sua grandezza sta nella descrizione netta delle dinamiche umane, delle relazioni tra persone diverse. Yates crea e ci offre un mondo che non può consolarci, eppure ci emoziona a tal punto da non poterne fare a meno. Il suo sguardo è puro: non c’è ironia né compassione. C’è, sempre, il rispetto verso i personaggi narrati e verso noi lettori. Ecco perché non si può non amare ciò che scrive.

Yates è stato un grande scrittore, molto amato dagli altri scrittori (Carver lo indicava come suo maestro) ma non altrettanto noto al grande pubblico. Diceva che non voleva essere famoso, desiderava soltanto essere letto: ecco il regalo che possiamo fargli oggi.

Dopo l’uscita dell’omonimo film di Sam Mendes è probabile che questo e gli altri libri di Yates conoscano una nuova diffusione anche tra i lettori italiani.

Bel film, Revolutionary road: Leonardo Di Caprio del tutto diverso dal belloccio che faceva strepitare le ragazzine in Titanic, e bravo. La Winslet intensa e disperata. I dialoghi perfetti e fedeli al libro. E tutto ambientato in una scenografia anni cinquanta davvero impeccabile.

Eppure, uscendo dalla sala, non sono riuscita a reprimere questa ridicola banalità: “bello il film, ma il libro mi è piaciuto di più”.

Ad ogni modo, che abbiate visto il film oppure no, che vi sia piaciuto o lo abbiate stroncato con fierezza, non perdetevi la forza e la bravura di questo grande scrittore.

“Revolutionary road guarda dritto verso di noi con sguardo smaliziato e ammonitore, e ci invita a fare attenzione, a stare all’erta, a badare bene, e a vivere la vita come se avesse importanza quello che facciamo, poiché fare di meno mette in pericolo tutto quanto”.

(Dall’introduzione, a cura di Richard Ford).

L’inviata allo scaffale degli scrittori

Maggio 11, 2009 di pgpadova

A cura di lorenza.sca@gmail.com

Mo, un racconto vivente

Presentazione del libro Ma nemmeno malinconia. Storia di una vita randagia (Rizzoli 2007), all’interno del ciclo di incontri con l’autore “Lo Scaffale degli scrittori – Il futuro ha un cuore antico”, organizzato dal comune di Padova, Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo.

Trattare dell’incontro con Ettore Mo mi riesce difficile poichè trasporre su carta un racconto “vivente” è impresa alquanto complessa. Mo è esso stesso un racconto, un libro, un articolo; è una fonte inesauribile di aneddoti, di storie di vita, di esperienze straordinarie.

Inizia l’esposizione come farebbe un nonno con i nipoti, divaga, presenta un susseguirsi disordinato ma avvincente di storie di vita vissuta. Ci parla di come gli sia venuta l’ispirazione e il desiderio di fare il giornalista: proprio qui a Padova lesse divorandolo un libro di Goffredo Parise, e questa lettura gli fece venire in mente (fortunatamente per noi lettori) di voler fare lo scrittore da grande. Realizzò ben presto che fare lo scrittore non gli avrebbe garantito mai uno stipendio fisso; decise allora che la soluzione migliore, per conciliare il proprio desiderio di scrittura e la sopravvivenza, sarebbe stata fare il giornalista. Ma, si sa, all’inizio non è mai facile, e ci si deve adattare a fare ogni tipo di lavoro. Niente di più vero nel suo caso: il curriculum dei suoi primi anni di lavoratore è quanto mai vario e originale. In ordine sparso i lavori che affronta sono: il minatore in Francia e Belgio (nonostante si ricordasse una frase del padre che lo ammoniva a fare tutti i lavori del mondo tranne quello del minatore, considerato a ragione il peggiore lavoro che esistesse), il cameriere di nuovo in Francia, il cantante in Svezia, l’insegnante di francese in Spagna, ma si ritrova anche a Londra per imparare la lingua. Qui chiederà a Piero Ottone, al quale durante la serata fa simpaticamente il verso per il suo singolare modo di parlare, la possibilità di un lavoro e così eccolo a scrivere nella sede inglese del Corriere della Sera. Da qui la strada professionale prosegue nella direzione di Roma e Milano, scrivendo prima di musica e teatro, sua passione, poi sull’Afganistan, da inviato a Teheran, nel periodo della Rivoluzione Khomeinista, dove si guadagnerà l’epiteto di “Ettore l’afgano”.

Confessa che in realtà la sua prima aspirazione era quella di fare il cantante lirico, professione per la quale aveva anche preso per un certo periodo lezioni private: lui stesso sorride nel ricordare quando gli è stato fatto capire che quello non sarebbe mai diventato il lavoro della sua vita, che avrebbe fatto meglio a rimanere nel sentiero del giornalismo. Racconta ogni avvenimento, incontro, paese che ha attraversato, con ironia, arricchendo il tutto di particolari, facendo annusare allo spettatore la stessa aria respirata da lui a suo tempo, facendo percepire la stessa intensità delle parole sentite dai personaggi più vari.

L’impressione dopo le due ore passate in compagnia di Ettore Mo è quella di aver conosciuto un signore piacevolmente dedito a raccontare le sue mille storie, un uomo dallo spontaneo senso dell’umorismo. Scherza sul “coccodrillo” fatto nella presentazione da Paolo di Paolo (che ha certe difficoltà a rivolgersi a lui dandogli del tu); risponde con entusiasmo alle domande del pubblico e alle richieste di ulteriori resoconti e testimonianze sulle persone che ha avuto modo di incontrare nella sua vita professionale; scherza sul fatto di non voler risultare tropppo noioso nelle sue storie, ma spiega che si dilunga così perchè si sente “in famiglia”. Anch’io vorrei crescere così: con tante cose da dire, tante esperienze da condividere.