Un posto per leggere

Maggio 28, 2009 by pgpadova

A cura di dariatinagli@gmail.com

QUELLA SOLITUDINE CHE CI SALVERA’

Sul numero 789 del settimanale Internazionale c’è un articolo di William Deresiewicz (critico letterario americano), dal titolo “The end of solitude” (la fine della solitudine) e tratto dal settimanale The Chronicle of Higher Education . E’ un pezzo pieno di idee e riflessioni: vi invito a cercarlo e a leggerlo, se non lo avete ancora fatto (all’Informagiovani di Padova è disponibile in consultazione).
Intanto ve lo racconto un po’, con qualche divagazione, come posso. Il percorso seguito dall’autore è molto articolato, questo l’ordine:
- l’io contemporaneo ha bisogno di essere visibile, farsi conoscere dal più ampio numero di persone possibile.
- l’io contemporaneo ha il terrore dell’anonimato.
- oggi viviamo soltanto in rapporto agli altri.
- la solitudine è scomparsa.
L’idea portante di questo discorso ampio mi pare sia spiegata bene in queste righe dell’autore: “Non siamo soltanto animali sociali. Ognuno di noi è anche separato dagli altri e solitario. Ognuno è un sé unico, misteriosamente racchiuso in questo sé”.
In ogni epoca passata la solitudine era importante. Nel romanticismo la solitudine era indispensabile per la formazione dell’io sociale di ogni individuo: senza di essa non c’era il sé. Nel modernismo la solitudine è meno generosa e più chiusa in sé, il mondo esterno è una minaccia per l’io mentre la solitudine lo protegge e lo nutre. Oggi la solitudine spaventa. Le tecnologie della comunicazione ci hanno dato la sensazione di una maggiore vicinanza tra le persone. Internet ha permesso comunicazioni costanti, continui scambi con chiunque.
“L’obiettivo ora è semplicemente farsi conoscere, diventare una specie di celebrità in miniatura. La visibilità garantisce la nostra autostima diventando il surrogato di una vera relazione. Fino a poco tempo fa era facile sentirsi soli. Oggi è impossibile”. Scrive Deresiewicz.
L’uso attuale della tecnologia, consentendo continui contatti con l’altro (chiunque altro) aiuta a costruire la propria identità attraverso l’esibizione di piccoli pezzetti di sé. Scrive ancora Deresiewicz: “I giovani di oggi hanno l’impressione di potersi far conoscere fino in fondo. Sembra che non abbiano il senso della loro profondità e di quanto sia importante tenerla nascosta”.
Pubblico in Internet le fotografie del mio ultimo week end in montagna. Scrivo sul mio stato in facebook che sto preparando i biscotti mentre canto “she loves you” dei Beatles. Scrivo che odio la pioggia di oggi. Scrivo che sono felice di aver incontrato la zia Clementina dal fornaio. Scrivo che mi sono dipinto le unghie di blu. Questi dettagli di me una volta condivisi contribuiscono a rendermi più interessante ai miei occhi e più vero: se gli altri mi vedono io esisto davvero.
La solitudine è così sconfitta, e io ho la sensazione immediata di esistere davvero attraverso gli occhi dei miei quattrocentotrentasette amici in facebook, i contatti ricevuti dal mio blog in un giorno, i commenti ottenuti col mio ultimo post su quanto mi piacciano le fragole con la panna.
Quando posto qualcosa sul mio blog o tra le note di facebook chiunque può subito commentarmi: è quello che voglio, infatti torno continuamente a guardare se qualcuno mi ha scritto. Piace ciò che ho detto? Qualcuno condivide ciò che ho scritto? Qualcun’altro invece mi condanna? Lo voglio sapere, immediatamente. Ma perché? Perché questo desiderio di approvazione continua? Perché non può bastarmi il mio stesso affetto per ciò che ho scritto? Io lo conosco davvero, magari lo cambierò, cambierò persino idea. Invece nel web ti esponi in tutto e per tutto, devi accettarne le regole.
E’ un chiacchiericcio continuo. I commenti spesso si riducono ad un bello/brutto o mi piace/non mi piace. Forse non a caso facebook ha da poco introdotto “i pollicini in su e in giù” per velocizzare consensi e dissensi: clicco e ho detto la mia, sono felice, a posto. Mi illudo che questo sia un grande discorso articolato, ma tanti “pollicini in su o in giù” non fanno mezza frase di senso compiuto, lo so. “Bisogna proteggersi dall’urto del consenso intellettuale e morale, soprattutto durante la gioventù”, scrive ancora Deresiewicz.
Allora Deresiewicz prova a suggerirci un’idea semplice eppure insolita: provare a stare da sé, almeno un po’, almeno ogni tanto. Forse, ci avverte, la nostra solitudine offenderà gli amici: “abbiamo fatto della cordialità, il sorriso tirato, l’interessamento cortese, l’invito fasullo, una virtù fondamentale. L’amicizia forse sta sfuggendo alla nostra presa, ma siamo universalmente amichevoli”.
Riscoprire l’ozio, il piacere di pensare, non dover giustificare un pensiero per noi già completo o che completeremo, quando ci andrà di farlo. Scoprire la propria profondità che va oltre ciò che si può dire in qualche riga accattivante.  Avere in sé la consapevolezza di ciò che si è, l’amore per ciò che si è.
Al novecentonovantanovesimo commento all’ultimo post non mi sentirò più compreso. E non mi sentirò meno solo al novecentonovantanovesimo amico aggiunto in facebook. E se sarà così bisognerà iniziare a preoccuparsene un po’.
Mi viene in mente Erri De Luca in “Non ora, non qui”, dice: “si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto. Si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le altre persone”.
Allora, se quello che scrive De Luca è vero, mi pare che oggi sia davvero difficile crescere, faticoso, un’impresa quasi impossibile. Ma è necessario provarci, a qualunque costo.

Il futuro di Simenon

Maggio 28, 2009 by pgpadova

A cura di lorenza.sca@gmail.com

A vent’anni dalla sua morte si parla del celebre scrittore francese e del suo personaggio per eccellenza, il Commissario Maigret.
Simenon, bugiardo per superbia o per diletto? Molte sono le leggende che girano intorno al personaggio Simenon, e non si riesce a capire quali siano quelle fondate e quali invece quelle frutto della fantasia di qualcuno, anche dello stesso autore.  Per tutta la serata passata in compagnia del figlio di Simenon, John, Antonio De Benedetti, scrittore, Marco Bevilacqua, traduttore di alcuni romanzi del Commissario Maiget, Paolo di Paolo, curatore della rassegna “Lo scafale degli scrittori”, si ha l’impressione di essere dentro ad una storia, o meglio, di sentirsela raccontare. Georges Simenon è riuscito a creare intorno a sè un alone di curiosità che attrae le persone, affascina, interessa, e le tiene a parlare di lui per oltre un’ora. Più ci si avvicina alla sua conoscenza, più si vuole andare in profondità per svelare tutti i misteri che aleggiano attorno alla sua figura di scrittore.
Di Simenon si sanno molte cose, ma riuscire a capire, a distinguere quali siano quelle vere e quali quelle false non è facile. Come dice il suo traduttore Bevilacqua in merito alla scrittura, Simenon dissenimava trappole dappertutto, anche nella vita e nel rapporto con i giornalisti. Il figlio ci dice che Georges alla stessa domanda avrebbe risposto in maniera differente se si fosse trovato davanti a giornalisti di nazionalità diverse. Per esempio, in un video di un’intervista fatta da a Simenon Veccheitti, mostrato a inizio serata, Simenon dice che l’interprete di Maiget preferito, sullo schermo, era senz’altro Gino Cervi; sappiamo ora dal figlio che se il giornalista fosse stato francese avrebbe sicuramente risposto Jean Richard o Bruno Crémer.
Anche la velocità di scrittura è proverbiale. Viene raccontato un aneddoto sul tempo impiegato da Simenon per chiudere un libro: un giorno Alfred Hitchcock chiamò al telefono Geoges; rispose la segretaria che gli disse che non poteva rispondere perchè era occupato a scrivere uno dei suoi romanzi; Hitchcock disse “Aspetto in linea che finisca allora!”. Ci conferma il figlio, John Simenon, presente in sala, che la velocità di scrittura del padre non è una leggenda: veramente non impiegava più di una decina di giorni per scivere, in quanto se avesse impiegato più tempo, non gli sarebbero bastate le energie, non avrebbe resistito a tanto sforzo prolungato.
Altre leggende raccontano che tutto ciò la sua mente creasse, lui lo fermasse sulla carta con le matite, e che non le temperasse mai: le buttava appena consumata la prima punta e ricominciava con una nuova. Per scaramanzia pare scrivesse gli appunti per i nuovi romanzi su delle grandi buste gialle, sempre a matita, all’interno delle quali poi metteva tutto il materiale raccolto per la realizzazione del romanzo, per l’ideazione dei personaggi, per la creazione dei luoghi. La sua mitica pipa d’oro non lo lasciava mai: le molte immagini che ci rimangono lo ritraggono sempre accompagnato da quest’oggetto quasi di culto. Sapeva cucinare e apprezzava la buona cucina: da qui forse la scelta di fare di Maigret un buongustaio, capace di apprezzare i manicaretti preparati dalla moglie, che gli ospiti della serata prontamente elencano, stimolando un certo appetito tra il pubblico.
A inizio serata, una registrazione del ‘63 aveva mostrato un’intervista di Georges Simenon, fatta da Vecchietti, nella quale l’autore e inventore del personaggio del Maigret spiegava, mimando, come il Commissario avrebbe condotto dal vivo gli interrogatori “a ritornello” che vengono descritti nei suoi libri. Si vede che si alza, pone delle domande al giornalista, fa finta di ricevere delle risposte, mima in tutto e per tutto quello che avrebbe fatto e che avrebbe detto il Commissario. Gli ha dato vita non solo sulle pagine dei suoi libri, ma in quell’occasione gli ha dato anche una voce, un corpo, dei movimenti. E sembra di vedere Maiget proprio lì. E’ incredibile come il personaggio di un libro appartenga così tanto al suo autore, e ci assomigli pure: entrambi con il farfallino, entrambi con la pipa sempre accesa in mano, e chissà quante altre similitudini, leggendo tutti i libri, verrebbero a galla.

Un posto per leggere

Maggio 12, 2009 by pgpadova

a cura di dariatinagli@gmail.com

Titolo: Revolutionary road

Autore: Richard Yates

Traduttore: Alessandra Dell’Orto

Edizione: Minimum fax

Anno di pubblicazione: USA 1961;

Bompiani 1964; Minimum fax 2003

Numero di pagine: 405

Prezzo di copertina: 11,50 euro

Note: libro finalista al National Book Award (1961)

Estate 1955, Connecticut occidentale, zona residenziale di Revolutionary Hill. La giovane famiglia Wheeler vive in una graziosa villetta in Revolutionary Road. Frank, ogni giorno, prende il treno per raggiungere New York e il suo lavoro (”il lavoro più cretino che si possa immaginare”, dice). April, ogni giorno, se ne sta a casa a cucinare e badare ai due figli che giocano in giardino.

Potrebbe essere un’estate come tante, potrebbe essere una famiglia felice, a suo modo. Invece non è così. Proprio l’insistente desiderio di felicità, forse, non permette a questa famiglia di essere felice, insieme alla consapevolezza di ciò che è e alla volontà di essere altro.

Questo romanzo è la fotografia di un tentativo fallito di rivoluzione. Le illusioni che aiutano a vivere sorridendo si infrangono durante questa lunga estate. Parigi promette una vita nuova, briosa e piena di entusiasmi: è lì, un pensiero indefinito pronto ad accogliere i Wheeler e i loro sogni di felicità, la loro voglia di ricominciare. Ma questa estate a Revolutionary Hill sarà troppo crudele e la vita dei Wheeler non sarà più la stessa: né quella sopportata con fatica finora né quella desiderata intensamente da sempre.

La forza di questo romanzo sono le parole e la loro apparente semplicità, tanto sono fluide e naturali. La sua grandezza sta nella descrizione netta delle dinamiche umane, delle relazioni tra persone diverse. Yates crea e ci offre un mondo che non può consolarci, eppure ci emoziona a tal punto da non poterne fare a meno. Il suo sguardo è puro: non c’è ironia né compassione. C’è, sempre, il rispetto verso i personaggi narrati e verso noi lettori. Ecco perché non si può non amare ciò che scrive.

Yates è stato un grande scrittore, molto amato dagli altri scrittori (Carver lo indicava come suo maestro) ma non altrettanto noto al grande pubblico. Diceva che non voleva essere famoso, desiderava soltanto essere letto: ecco il regalo che possiamo fargli oggi.

Dopo l’uscita dell’omonimo film di Sam Mendes è probabile che questo e gli altri libri di Yates conoscano una nuova diffusione anche tra i lettori italiani.

Bel film, Revolutionary road: Leonardo Di Caprio del tutto diverso dal belloccio che faceva strepitare le ragazzine in Titanic, e bravo. La Winslet intensa e disperata. I dialoghi perfetti e fedeli al libro. E tutto ambientato in una scenografia anni cinquanta davvero impeccabile.

Eppure, uscendo dalla sala, non sono riuscita a reprimere questa ridicola banalità: “bello il film, ma il libro mi è piaciuto di più”.

Ad ogni modo, che abbiate visto il film oppure no, che vi sia piaciuto o lo abbiate stroncato con fierezza, non perdetevi la forza e la bravura di questo grande scrittore.

“Revolutionary road guarda dritto verso di noi con sguardo smaliziato e ammonitore, e ci invita a fare attenzione, a stare all’erta, a badare bene, e a vivere la vita come se avesse importanza quello che facciamo, poiché fare di meno mette in pericolo tutto quanto”.

(Dall’introduzione, a cura di Richard Ford).

L’inviata allo scaffale degli scrittori

Maggio 11, 2009 by pgpadova

A cura di lorenza.sca@gmail.com

Mo, un racconto vivente

Presentazione del libro Ma nemmeno malinconia. Storia di una vita randagia (Rizzoli 2007), all’interno del ciclo di incontri con l’autore “Lo Scaffale degli scrittori – Il futuro ha un cuore antico”, organizzato dal comune di Padova, Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo.

Trattare dell’incontro con Ettore Mo mi riesce difficile poichè trasporre su carta un racconto “vivente” è impresa alquanto complessa. Mo è esso stesso un racconto, un libro, un articolo; è una fonte inesauribile di aneddoti, di storie di vita, di esperienze straordinarie.

Inizia l’esposizione come farebbe un nonno con i nipoti, divaga, presenta un susseguirsi disordinato ma avvincente di storie di vita vissuta. Ci parla di come gli sia venuta l’ispirazione e il desiderio di fare il giornalista: proprio qui a Padova lesse divorandolo un libro di Goffredo Parise, e questa lettura gli fece venire in mente (fortunatamente per noi lettori) di voler fare lo scrittore da grande. Realizzò ben presto che fare lo scrittore non gli avrebbe garantito mai uno stipendio fisso; decise allora che la soluzione migliore, per conciliare il proprio desiderio di scrittura e la sopravvivenza, sarebbe stata fare il giornalista. Ma, si sa, all’inizio non è mai facile, e ci si deve adattare a fare ogni tipo di lavoro. Niente di più vero nel suo caso: il curriculum dei suoi primi anni di lavoratore è quanto mai vario e originale. In ordine sparso i lavori che affronta sono: il minatore in Francia e Belgio (nonostante si ricordasse una frase del padre che lo ammoniva a fare tutti i lavori del mondo tranne quello del minatore, considerato a ragione il peggiore lavoro che esistesse), il cameriere di nuovo in Francia, il cantante in Svezia, l’insegnante di francese in Spagna, ma si ritrova anche a Londra per imparare la lingua. Qui chiederà a Piero Ottone, al quale durante la serata fa simpaticamente il verso per il suo singolare modo di parlare, la possibilità di un lavoro e così eccolo a scrivere nella sede inglese del Corriere della Sera. Da qui la strada professionale prosegue nella direzione di Roma e Milano, scrivendo prima di musica e teatro, sua passione, poi sull’Afganistan, da inviato a Teheran, nel periodo della Rivoluzione Khomeinista, dove si guadagnerà l’epiteto di “Ettore l’afgano”.

Confessa che in realtà la sua prima aspirazione era quella di fare il cantante lirico, professione per la quale aveva anche preso per un certo periodo lezioni private: lui stesso sorride nel ricordare quando gli è stato fatto capire che quello non sarebbe mai diventato il lavoro della sua vita, che avrebbe fatto meglio a rimanere nel sentiero del giornalismo. Racconta ogni avvenimento, incontro, paese che ha attraversato, con ironia, arricchendo il tutto di particolari, facendo annusare allo spettatore la stessa aria respirata da lui a suo tempo, facendo percepire la stessa intensità delle parole sentite dai personaggi più vari.

L’impressione dopo le due ore passate in compagnia di Ettore Mo è quella di aver conosciuto un signore piacevolmente dedito a raccontare le sue mille storie, un uomo dallo spontaneo senso dell’umorismo. Scherza sul “coccodrillo” fatto nella presentazione da Paolo di Paolo (che ha certe difficoltà a rivolgersi a lui dandogli del tu); risponde con entusiasmo alle domande del pubblico e alle richieste di ulteriori resoconti e testimonianze sulle persone che ha avuto modo di incontrare nella sua vita professionale; scherza sul fatto di non voler risultare tropppo noioso nelle sue storie, ma spiega che si dilunga così perchè si sente “in famiglia”. Anch’io vorrei crescere così: con tante cose da dire, tante esperienze da condividere.

Un posto per leggere

Aprile 2, 2009 by pgpadova

A cura di dariatinagli@gmail.com

Titolo: Vista con granello di sabbia
Autrice: Wislawa Szymborska
Traduzione: Pietro Marchesani
Anno di pubblicazione: 1998
Editore: Adelphi
Numero di pagine: 239
Prezzo di copertina: 20 euro
Note: Premio Nobel 1996

Non è facile parlare di poesia. Anzi, non è facile per me, parlare di poesia. Ma voglio provarci lo stesso. La poesia non è popolare, non vende, si sa. Le donne vendono ancora meno, lo sanno tutti. Wislawa Szymborska è una donna che scrive poesie, una poetessa, appunto. Voglio raccontarvi proprio di lei.

La raccolta Vista con granello di sabbia è stata approvata dall’autrice e attraversa tutta la sua opera dal 1957, un’opera che non si impone per la sua mole ma si impone con l’evidenza semplice delle sue parole.

C’è  una leggerezza che accompagna le parole di queste poesie, la lingua è comune, spesso colloquiale. (”Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,/e poi fatico per farle sembrare leggere”). E’ proprio da questa semplicità che emerge un senso e affiorano risposte alle tante domande presenti in questi versi e a quelle di ognuno di noi. Sono domande che riguardano ogni cosa che ci circonda, domande su come si possa vivere, su quale sia il modo migliore di vivere. Sono domande nette e concrete, non generano risposte, eppure sanno creare ogni volta un senso nuovo e inaspettato che è, forse, almeno un po’, una risposta. (”Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte”).

C’è l’ironia della Szymborska in ogni sua poesia, la perfetta consapevolezza di ciò che scrive e la padronanza delle parole. Ecco cosa la fa innalzare, ecco cosa le permette di parlare di amore e destino senza sfiorare mai il banale e il ridicolo ma, anzi, la fa volare alta e sicura. (”Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque./ Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna./ So che finché vivo niente mi giustifica,/ perché io stessa mi sono d’ostacolo”).
C’è il rifuggire le generalizzazioni e dunque l’assenza di significato, la capacità di scorgere subito, quasi d’istinto, la vera essenza di ciò che scrive, senza vergogna né timidezza: “Quattro miliardi di uomini su questa terra,/ma la mia immaginazione è uguale a prima./Se la cava male con i grandi numeri./Continua a commuoverla la singolarità”.
Scrive di sé in un epitaffio: “Qui giace come virgola obsoleta,/l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata/dell’eterno riposo, sebbene la defunta/dai gruppi letterari sia stata ben distante”.
Forse per questo la sua poesia non è classificabile e non somiglia a niente. E proprio per questo la sua poesia ha qualcosa di speciale e inspiegabile. Per la stessa ragione, forse, la sua vittoria del Nobel sconcertò e scontentò i più, i “grandi”, i potenti.

Anche per questi motivi vi invito a conoscerla, leggerla, farla vostra, amarla almeno un po’. Ecco una poesia, scelta per il mese di marzo, affinché ci scaldi in questa fine d’inverno e possa avere un po’ di senso, un significato diverso e nuovo: il nostro.

Un amore felice
(estratto dalla poesia “Ogni caso”
di Wislawa Szymborska,1972).

Un amore felice. E’ normale?
è serio? è utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?
Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che?
Di nulla; la luce giunge da nessun luogo -
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i princìpi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo?
Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici: se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.

E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano
sembra un complotto contro l’umanità!

E’ difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.

Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

Con tale fede gli sarà più lieve  vivere e morire.

Martina, volontaria SVE, ci scrive una lettera dal Nicaragua…

Marzo 3, 2009 by pgpadova

Martina svolge un progetto SVE di 12 mesi in Nicaragua sul tema della salute e della ricerca sanitaria presso Mapanica, Associazione di bambini affetti dal cancro. Il progetto si svolge in  collaborazione con la clinica pediatrica (reparto Oncologia) dell’Ospedale San Gerardo di Monza (MI).

Ciao a tutti!! Il lavoro a MaPaNica procede bene… i nicaraguesi sono molto simpatici ed accoglienti e soprattutto le persone con cui sto lavorando sono affettuosissime con me che mi trovo qui sola soletta!!

In realtà qui in città c’è molta vita sociale… ho fatto amicizie e le distrazioni (nel senso buono!)non mancano. Tra queste amicizie anche degli italiani che lavorano in varie ONG. Già non ho più voglia di tornare!!caldo, sole, palme.

I bambini sono sempre tenerissimi ed è bello vederli giocare tutto il giorno!! la maggior parte di loro vive in zone isolatissime e qui si trova per la prima volta a giocare con bambini che non siano i fratellini; l’avventura della loro vita è stato il viaggio fino alla capitale (che è davvero avventuroso c’è chi fa percorsi di giorni a cavallo, canoa, piedi) e quindi il loro gioco preferito è imitare il conducente dell’autobus quando grida per annunciare le varie fermate!

Solo due volte mi è sembrato difficile stare qui quando ho saputo che due bambini a cui mi ero particolarmente affezionata (è inevitabile!!) venivano rispediti a casa con una terapia per il dolore perché non c’era più niente da fare si chiamano Jason (6 anni) e Haizzel (2 anni). Ma poi la forza torna guardandone altri che migliorano sotto i tuoi occhi torna il colorito e crescono i capelli!! E l’unica spiegazione che la gente di qui riesce a darsi (sono molto religiosi) è che Dio è l’unico che ha il potere di prendere e dare. Purtroppo spesso ho visto che questo “fatalismo” si traduce in rassegnazione.

Io e Chiara (la studentessa di Medicina che è stata qui per due mesi) abbiamo siamo diventate le madrine di Pedro e Pablo. Una coppia di gemellini di 3 anni che si sono ammalati insieme dello stesso male.. gli abbiamo fatto il regalo di compleanno e gli aiutiamo (per quanto ci è possibile!) con cibo e trasporto. Che altro dire? Spero che quest’esperienza continui così perché oltre a sentirmi (e spero essere!) utile mi sto anche divertendo tanto!! Scrivetemi per qualunque domanda/approfondimento non so cosa vi può interessare sapere.. .

Marti

SERVIZIO VOLONTARIATO EUROPEO IN MACEDONIA

Gennaio 14, 2009 by pgpadova

Iniziamo proprio da questo: Bitola, seconda città macedone per grandezza e uno degli ultimi luoghi che si incontrano prima di entrare in territorio greco. Doveva essere questa la meta del mio viaggio che avrebbe dovuto svolgersi nell’arco di nove lunghi mesi. Purtroppo non è stato così, poiché la mia permanenza si è risolta in alcune settimane, giusto il tempo di capire che Ohrid è una delle città più mediterranee e affascinanti dei Balcani Occidentali e che Bitola è una lunga strada popolata di caffè affollati ad ogni ora del giorno.

Non solo questo però mi ha insegnato la mia breve incursione nella terra che ha dato i natali ad Alessandro Magno. Dopo essermi laureata ero partita così fiduciosa e carica di speranze, certo sempre idealista ma desiderosa di mettermi alla prova per la prima volta in una terra straniera per lungo tempo. Avevo scelto il Programma di Servizio Volontariato Europeo (SVE) perché mi sembrava, nel grande mare delle opportunità di volontariato, quello dal livello qualitativo più alto e soprattutto dalla notevole varietà di proposte formative.

Sfortunatamente mi sono dovuta ricredere, a mie spese, su molti aspetti su cui poggia il funzionamento e la gestione dello SVE. Le premesse del mio viaggio dovevano farmi presagire una sua non riuscita: l’esordio è stato l’imbottigliamento nell’autostrada Venezia-Milano a cui è seguita una corsa folle per raggiungere l’aeroporto di Malpensa dove non avrei mai preso l’aereo per Skopje. In ogni caso, vista la mia determinazione, il giorno stesso mettevo piede sul suolo macedone e giungevo a Bitola, in attesa di iniziare a lavorare come volontaria all’interno di una scuola per l’infanzia e di un centro linguistico.

I primi giorni sono stati incoraggianti: conoscenza degli altri volontari SVE, insediamento nel nuovo appartamento, scoperta della città, primo contatto con i bambini e gli studenti della scuola e con l’associazione ospitante. Allo stesso tempo però c’erano alcuni aspetti che facevano presagire un peggioramento della situazione: il problema maggiore era legato alla graduale presa di coscienza di come vi fosse un divario tra i contenuti del progetto, così come indicati sulla carta, e le effettive attività da sviluppare. Tutti i laboratori a cui avrei dovuto partecipare non esistevano e la scuola non era strutturata in maniera articolata come immaginavo.

Nonostante queste lacune, ero in ogni caso decisa a proseguire e, viste le premesse poco fortunate, lo SVE assumeva una nuova veste, quella di creare delle solide basi per rendere la scuola e il centro linguistico che mi ospitavano più dinamici e attivi.

Ricordo ancora il giorno in cui Progetto Giovani di Padova mi ha chiamato: stavo percorrendo la strada che conduceva all’ufficio dell’organizzazione ospitante e che passava attraverso il mercato cittadino, quando mi è stato comunicato che il mio progetto era stato cancellato. Le emozioni di quel momento sono state un connubio di stupore, incredulità e non comprensione. Ma che cos’era accaduto a meno di una settimana dal mio arrivo?

Era successo che i volontari che mi avevano preceduto avevano espresso forti lamentele verso l’organizzazione ospitante per la sua mancanza di supporto logistico e morale e soprattutto per il fatto che nelle associazioni destinate alla realizzazione del progetto le attività erano inesistenti. A seguito di questa serie di reclami, l’organizzazione responsabile della gestione dello SVE nel Sud Est Europa, Salto, aveva effettuato una missione volta a verificare se tali problemi effettivamente esistevano. Naturalmente, vista la mia fortuna, l’indagine aveva prodotto la decisione di chiudere l’accreditamento all’associazione ospitante.

C’era dunque ancora una speranza: vista l’impossibilità da parte di Salto di cancellare progetti già approvati come il mio, la decisione ultima spettava alle singole Agenzie nazionali. Dunque, la mia sorte era ora nelle mani dell’Agenzia Nazionale di Roma: da quel giorno sono iniziate lunghe telefonate che hanno coinvolto il quadrilatero Padova, dove il Progetto Giovani ha tentato in tutti i modi di darmi supporto, Treviso, dove la mia famiglia si interrogava sul mio futuro, Roma, con la sua folle burocrazia e Bitola, piccolo punto nei Balcani dove vivevo ore d’attesa in cui la speranza lasciava gradualmente posto alla delusione.

Un’ulteriore complicazione è sorta nel momento in cui mi sono interfacciata con l’Agenzia Nazionale italiana, dotata del potere ultimo di decidere sulla mia sorte. Purtroppo, se a Bitola il dialogo con l’ente d’accoglienza era difficile, con Roma la situazione non era migliore. Ricordo lunghe telefonate volte a spiegare il disagio che vivevo in quel momento e come questa confusione non fosse dipesa in alcun modo da me. Nonostante abbia più volte testimoniato la mia volontà di rimanere, ho incontrato scarsa flessibilità da parte dell’ente italiano tanto che gli altri volontari SVE sono rimasti a Bitola, trovando inserimento in un nuovo progetto, mentre io ho dovuto far rientro anticipato in patria.

Quando ho capito, dopo l’ennesima telefonata, che la mia esperienza si stava concludendo ancora prima che fosse iniziata, ho gettato la spugna.

Che cosa potevo fare? Effettivamente non vi erano le condizioni per poter rimanere a Bitola dove le possibilità di crescita formativa erano pressoché nulle. Non volevo ritornare anticipatamente in Italia, dopo che avevo salutato tutti per un lungo viaggio di nove mesi. Diverse sono state le ipotesi che ho passato in rassegna in quei giorni: dalle più concrete, come contattare associazioni locali accreditate SVE, alle più assurde, quali vendere cetrioli al mercato locale. Effettivamente l’impresa di vivere in un Paese senza copertura assicurativa e medica e senza alcuna solida base lavorativa non era delle più facili.

Date queste premesse e vista la possibilità offertami da Roma di poter candidarmi nuovamente per un Progetto SVE, una volta tornata in Italia, ho ripreso la via di casa. La delusione e l’amarezza per ciò che mi è successo mi hanno portato a riflettere sulla validità ed il senso del volontariato: il mio caso forse rappresenta un’eccezione ma è sintomatico di come vi siano degli aspetti su cui è necessario riflettere al fine di migliorare il funzionamento dell’intera macchina SVE. Le parole chiave su cui bisognerebbe focalizzare l’attenzione dovrebbero essere: maggiore selezione nella fase di accreditamento, maggior coordinamento tra gli enti coinvolti nel Programma (Agenzie Nazionali, enti ospitanti e d’invio) e grande attenzione da parte dei volontari nella scelta del progetto.

Quest’ultimo punto rappresenta un aspetto prioritario: nonostante la mia esperienza, credo ancora che il volontariato abbia una valenza positiva, soprattutto se si è giovani, alle prime armi e desiderosi di inserirsi nell’ambito delle relazioni internazionali e dell’associazionismo. E’ necessario però che la scelta del progetto sia fatta con cura e che vi siano dei contatti diretti tra volontario e associazione ospitante al fine di approfondire i contenuti delle attività da svolgere. Non è sufficiente, infatti, visionare la scheda presente nel database SVE ma è d’obbligo raccogliere quante informazioni possibili, poiché ciò che è scritto spesso non corrisponde alle reali attività in cui sarà impegnato il volontario.

La mia strada lavorativa mi ha portato a tentare nuovamente l’esperienza SVE e, sebbene vi fossero le premesse per recuperare l’immagine un po’ sbiadita che ho del Programma, ho deciso infine, di percorrere altre vie.

Bitola ha rappresentato comunque un momento di formazione e di crescita individuale poiché mi ha permesso di affacciarmi al mondo del volontariato internazionale con maggior consapevolezza, conscia di quanto l’entusiasmo giovanile che ci accompagna, debba essere moderato dall’idea che molto spesso la realtà d’intervento non risulta in linea con le proprie aspettative.

Un posto per leggere – un libro al mese, a cura di Daria Tinagli

Dicembre 23, 2008 by pgpadova

Pubblicato su SEGNALI di Gennaio

Titolo: Full of life (una vita piena)
Autore: John Fante
Traduzione: Alessandra Osti
Editore: Fazi
Anno di pubblicazione: 1952 (USA), 1998 (Italia)
Numero di pagine: 148
Prezzo di copertina: € 8.50

Se vi capita di fare un giro in libreria e tra tanti titoli trovate questo Full of life di John Fante, non fatevi intimorire dalla poca affinità con gli altri libri sulla saga di Arturo Bandini. Prendetelo dallo scaffale, aprite la prima pagina e iniziate a leggere. E’ probabile che le vostre risate si facciano sentire presto: un inizio esilarante in questo atipico libro di Fante. Dopo ciò, magari scusandovi per il disturbo con i vicini di scaffale, vi consiglio di portarlo alla cassa. Una volta a casa lo leggerete d’un fiato, tra una risata e un’altra ancora. E già non mi pare poco. Ma questo libro è anche molto altro, è un libro pieno di tenerezza e follia.

Joyce e John sono una coppia in attesa del primo figlio. Joyce, durante la gravidanza, si è isolata ed ha riscoperto un grande interesse religioso. John si sente minacciato da questo cambiamento in arrivo. “Era remota, sdegnosa e beata”, scrive di lei. Intanto le termiti hanno corroso il pavimento della cucina nella loro villetta di Los Angeles. John chiede aiuto a suo padre Nick, “il più grande muratore della California”, per sistemare il pavimento e molto di più. John cerca l’approvazione e il calore di questo piccolo e sgangherato immigrato abruzzese, ha bisogno di questo vecchio con cui litigare per tutto il tempo possibile. I loro dialoghi scomposti, le urla e le imprecazioni di Nick percorrono l’intero libro e si mischiano ad una dolcezza che è sempre lì, tra le righe o sospesa da qualche altra parte.

La forza di questo libro è la sua colorata (e colorita) espressività e non la sua forma. La scrittura è lineare e asciutta, ci fa sorridere e commuovere, ogni risata è piena di magoni e tenerezza mischiati insieme, i personaggi sono duri eppure dolci. Bukowski diceva di Fante che era il suo maestro. In Italia, Tondelli e Vittorini lo hanno apprezzato moltissimo. Ora tocca a voi, conoscerlo e dire la vostra. Io invece vi invidio un po’ perché potete leggere per la prima volta questo libro geniale e divertente.

In un gioco sugli incipit più belli penso che potrei citare proprio questo:
“Era una casa grande perché eravamo gente con progetti grandiosi. Il primo era già lì, una sporgenza all’altezza del suo punto vita, una cosa dai movimenti sinuosi, striscianti e contorti come un groviglio di serpi. Nelle tranquille ore prima di mezzanotte appoggiavo il mio orecchio su quella zona e sentivo un gocciolio come da una sorgente, dei gorgoglii, dei risucchi e degli sciabordii. (…) Eppure a me non importava ancora nulla di quella sporgenza. -E’ poco estetica- e le suggerivo di indossare qualcosa per nasconderla. –E ucciderlo? Ci sono delle cose adatte. Le ho viste.- Mi guardava con freddezza, ero l’ignorante, il balordo che passava nella notte, non più una persona, diventavo malefico, assurdo.”

daria.tinagli[at]gmail[dot]com

Caterina racconta la sua esperienza di Servizio Volontario Europeo a Bucarest per il progetto “Educational and Social Work with Street Children Concordia Social Project Pater Georg Sposhill” nell’associazione Concordia Romania.

Dicembre 16, 2008 by pgpadova

Ciao!!! Sono Caterina, 24 anni. Ho fatto una esperienza SVE in Romania l’anno scorso, sono partita a settembre e ci sono stata quasi sette mesi fino ad aprile.

L’idea di fare questa esperienza a Bucarest con i ragazzi di strada, quelli che avevo visto nei documentari in TV, che vivono in branchi nei tombini e sniffano l’Aurolac per non sentire il freddo e la paura, mi entusiasmava e spaventava allo stesso tempo. Ma mentre pensavo alla paura ero già in aereo e viaggiavo verso Bucarest… non potevo tornare indietro. Al mio arrivo, più di venti volontari come me, quasi tutti austriaci e tedeschi, ma anche francesi, norvegesi, un’altra italiana. Il primo periodo l’ho passato ubriaca di emozioni tra le lezioni di rumeno, i suoni di questa lingua sconosciuta parlata dai ragazzi di strada e gli operatori, il contatto con i ragazzi e il loro mondo, specialmente grazie a Tokio, un ragazzo di strada che parlava un po’ di italiano perché era stato in Italia con Miloud (da pochissimo è nei cinema il film Parada che racconta la storia di Miloud e dei ragazzi a cui ha insegnato l’arte circense… beh, io ne ho conosciuti alcuni di quei ragazzi salvati da Miloud). Pian piano ho imparato la lingua, ho imparato come rapportarmi ai ragazzi di strada, i volontari sono diventati miei amici di avventura con i quali ho condiviso tutto, le gioie, le difficoltà, le vittorie e le sconfitte.

Pur tra le mille difficoltà, l’esperienza è stata bellissima, speciale, unica. Mi ha cambiata nel profondo, ha cambiato il modo che ho di percepire tutto ciò che mi succede, di vivere tutte le esperienze che mi si presentano. Mi ha dato una forza nuova.

Ho lavorato con i ragazzi di strada, sono stata seduta con loro, gli ultimi e i disprezzati da tutti, ai bordi di tombino dietro la stazione di Bucarest, mentre loro mangiavano la loro cena a base di fette di pane avvolte in un pezzo di giornale e aspiravano la colla dal loro sacchetto. Sono stata con loro al centro di raccolta nei sobborghi di Bucarest, dove ho frequentato il corso di rumeno e alla fine l’ho imparato, per poter parlare con loro. Sono poi stata spostata (di mia volontà) a lavorare con i bambini più piccoli, figli di ragazzi di strada, di famiglie svantaggiate o semplicemente trovati per strada da soli, prelevati alle famiglie che li maltrattavano o li mandavano a chiedere l’elemosina. Sono diventata lì “mami Caterina”, la loro mamma dalle 8 di mattina alle 16 insieme a Sergiu. Insieme a noi i nostri 16 bambini (dai 6 ai 15 anni) facevano i compiti, mangiavano, giocavano. Noi cercavamo di lenire la sofferenza che si leggeva dal loro comportamento ribelle e ingestibile di essere bambini senza una casa, una famiglie e una vita normale.
Io mi occupavo nel centro di tutte le attività manuali: a Natale abbiamo fatto un mercatino con le candele che abbiamo preparato con i bambini, a Pasqua abbiamo dipinto le uova. Abbiamo colorato con gli acquerelli e le tempere, creato con la plastilina (con i più piccoli) e l’argilla (per i più grandi), decorato gli ambienti comuni, personalizzato le camerette. I bambini mi seguivano rumorosi nelle attività, si stancavano presto, non seguivano le istruzioni, litigavano tra di loro per tutto, mi facevano letteralmente impazzire. Quando finivo le ore di lavoro spesso ero senza forze. Senza forze ma felice.

Ho conosciuto anche dei ragazzi rumeni che sono diventati miei amici, i quali mi hanno aiutato a conoscere la loro cultura, così diversa dalla nostra. E che me l’hanno fatta amare, loro così poco sorridenti, cosi duri, cosi diffidienti all’inizio, comportamenti ereditati dal loro passato di dittatura e comunismo, che è finita solo qualche anno fa. Loro che però, una volta diventati amici, mi hanno offerto una disponibilità infinita.

Dopo il corso di lingue noi volontari siamo stati tutti smistati nelle diverse case dell’associazione, ma il fine settimana facevamo di tutto per vederci, raccontarci, uscire nei mille bar e “club” di Bucarest, scrollarci di dosso nei nostri giorni liberi il lavoro e la stanchezza della settimana. Quando avevo bisogno di qualcuno loro c’erano.
Con loro ho viaggiato per la Romania, ho visitato la Transilvania e visto il Mar Nero.  Michelangela prima e Michela poi dall’Informagiovani di Padova mi hanno sempre sostenuto, prima durante e dopo, risposto con massima disponibilità a tutte le mie domande e ai miei dubbi.

Sono tornata a casa una Caterina diversa, che sa apprezzare tutto ciò che ha e che riesce a sorridere alla vita molto più spesso di come era abituata a fare.

L’Associazione Karibu Africa si racconta a Progetto Giovani

Dicembre 15, 2008 by pgpadova

Karibu è una parola swahili che significa “benvenuto” ed è questo l’obiettivo della Associazione Karibu Africa: dare il benvenuto all’Africa, alla sua storia e cultura. Karibu Afrika nasce dalla volontà di alcuni studenti della facoltà di Scienze Politiche di Padova nel maggio 2004.

L’obiettivo primario è quello di farsi portavoce di tutte quelle persone conosciute a Nairobi, delle loro esperienze e progetti. Karibu Afrika ha numerose attività culturali e informative in Italia e in Kenya.

Semestralmente organizza il corso “Studying Africa in Africa” che si svolge a Nairobi in collaborazione e all’interno dei progetti di Koinonia Community (ONG internazionale), Africa Peace Point (polo per la pace kenyano) e Amani (ONG italiana). A Nairobi collabora con la Hope International School e UNILAC, rispettivamente scuola e università dei rifugiati dei Grandi Laghi. Ha inoltre attività relative allo smaltimento rifiuti e tutela ambientale e al calcio all’interno della baraccopoli di Mathare. In Italia organizza conferenze, seminari, incontri nelle scuole ed eventi culturali con l’obiettivo d’approfondire tematiche solitamente poco affrontate dai media.

Il found raising è effettuato per sostenere i progetti in corso di realizzazione a Nairobi: l’aiuto economico non vuole creare dipendenza ma dare un incentivo iniziale alla realizzazione di attività che generino entrate economiche in loco. Non crediamo nella cooperazione come asettico apporto economico a progetti decisi dall’alto, ma nella condivisione di progetti con persone locali e nell’alleviamento delle iniziali difficoltà infrastrutturali.

Lo spirito di Karibu Afrika è quello di creare un modello nuovo di cooperazione basato sul protagonismo dei giovani e dell’Africa, una cooperazione che sia scambio e non puro e semplice dono. I nostri progetti in Africa sono nati tutti in loco previo accordo e progettazione co-partecipata con i nostri partner locali. Karibu Afrika Onlus ha la sua base operativa a Padova ma ha gruppi di supporto e azione anche a Bologna, Pordenone, Torino e Milano.

La sede è in via S. Sofia 5.
Sito web: www.karibuafrika.it
e-mail: karibuafrika@libero.it
Tel: 3407777318
3495959965