Archivio per Dicembre 2008

Un posto per leggere – un libro al mese, a cura di Daria Tinagli

Dicembre 23, 2008

Pubblicato su SEGNALI di Gennaio

Titolo: Full of life (una vita piena)
Autore: John Fante
Traduzione: Alessandra Osti
Editore: Fazi
Anno di pubblicazione: 1952 (USA), 1998 (Italia)
Numero di pagine: 148
Prezzo di copertina: € 8.50

Se vi capita di fare un giro in libreria e tra tanti titoli trovate questo Full of life di John Fante, non fatevi intimorire dalla poca affinità con gli altri libri sulla saga di Arturo Bandini. Prendetelo dallo scaffale, aprite la prima pagina e iniziate a leggere. E’ probabile che le vostre risate si facciano sentire presto: un inizio esilarante in questo atipico libro di Fante. Dopo ciò, magari scusandovi per il disturbo con i vicini di scaffale, vi consiglio di portarlo alla cassa. Una volta a casa lo leggerete d’un fiato, tra una risata e un’altra ancora. E già non mi pare poco. Ma questo libro è anche molto altro, è un libro pieno di tenerezza e follia.

Joyce e John sono una coppia in attesa del primo figlio. Joyce, durante la gravidanza, si è isolata ed ha riscoperto un grande interesse religioso. John si sente minacciato da questo cambiamento in arrivo. “Era remota, sdegnosa e beata”, scrive di lei. Intanto le termiti hanno corroso il pavimento della cucina nella loro villetta di Los Angeles. John chiede aiuto a suo padre Nick, “il più grande muratore della California”, per sistemare il pavimento e molto di più. John cerca l’approvazione e il calore di questo piccolo e sgangherato immigrato abruzzese, ha bisogno di questo vecchio con cui litigare per tutto il tempo possibile. I loro dialoghi scomposti, le urla e le imprecazioni di Nick percorrono l’intero libro e si mischiano ad una dolcezza che è sempre lì, tra le righe o sospesa da qualche altra parte.

La forza di questo libro è la sua colorata (e colorita) espressività e non la sua forma. La scrittura è lineare e asciutta, ci fa sorridere e commuovere, ogni risata è piena di magoni e tenerezza mischiati insieme, i personaggi sono duri eppure dolci. Bukowski diceva di Fante che era il suo maestro. In Italia, Tondelli e Vittorini lo hanno apprezzato moltissimo. Ora tocca a voi, conoscerlo e dire la vostra. Io invece vi invidio un po’ perché potete leggere per la prima volta questo libro geniale e divertente.

In un gioco sugli incipit più belli penso che potrei citare proprio questo:
“Era una casa grande perché eravamo gente con progetti grandiosi. Il primo era già lì, una sporgenza all’altezza del suo punto vita, una cosa dai movimenti sinuosi, striscianti e contorti come un groviglio di serpi. Nelle tranquille ore prima di mezzanotte appoggiavo il mio orecchio su quella zona e sentivo un gocciolio come da una sorgente, dei gorgoglii, dei risucchi e degli sciabordii. (…) Eppure a me non importava ancora nulla di quella sporgenza. -E’ poco estetica- e le suggerivo di indossare qualcosa per nasconderla. –E ucciderlo? Ci sono delle cose adatte. Le ho viste.- Mi guardava con freddezza, ero l’ignorante, il balordo che passava nella notte, non più una persona, diventavo malefico, assurdo.”

daria.tinagli[at]gmail[dot]com

Caterina racconta la sua esperienza di Servizio Volontario Europeo a Bucarest per il progetto “Educational and Social Work with Street Children Concordia Social Project Pater Georg Sposhill” nell’associazione Concordia Romania.

Dicembre 16, 2008

Ciao!!! Sono Caterina, 24 anni. Ho fatto una esperienza SVE in Romania l’anno scorso, sono partita a settembre e ci sono stata quasi sette mesi fino ad aprile.

L’idea di fare questa esperienza a Bucarest con i ragazzi di strada, quelli che avevo visto nei documentari in TV, che vivono in branchi nei tombini e sniffano l’Aurolac per non sentire il freddo e la paura, mi entusiasmava e spaventava allo stesso tempo. Ma mentre pensavo alla paura ero già in aereo e viaggiavo verso Bucarest… non potevo tornare indietro. Al mio arrivo, più di venti volontari come me, quasi tutti austriaci e tedeschi, ma anche francesi, norvegesi, un’altra italiana. Il primo periodo l’ho passato ubriaca di emozioni tra le lezioni di rumeno, i suoni di questa lingua sconosciuta parlata dai ragazzi di strada e gli operatori, il contatto con i ragazzi e il loro mondo, specialmente grazie a Tokio, un ragazzo di strada che parlava un po’ di italiano perché era stato in Italia con Miloud (da pochissimo è nei cinema il film Parada che racconta la storia di Miloud e dei ragazzi a cui ha insegnato l’arte circense… beh, io ne ho conosciuti alcuni di quei ragazzi salvati da Miloud). Pian piano ho imparato la lingua, ho imparato come rapportarmi ai ragazzi di strada, i volontari sono diventati miei amici di avventura con i quali ho condiviso tutto, le gioie, le difficoltà, le vittorie e le sconfitte.

Pur tra le mille difficoltà, l’esperienza è stata bellissima, speciale, unica. Mi ha cambiata nel profondo, ha cambiato il modo che ho di percepire tutto ciò che mi succede, di vivere tutte le esperienze che mi si presentano. Mi ha dato una forza nuova.

Ho lavorato con i ragazzi di strada, sono stata seduta con loro, gli ultimi e i disprezzati da tutti, ai bordi di tombino dietro la stazione di Bucarest, mentre loro mangiavano la loro cena a base di fette di pane avvolte in un pezzo di giornale e aspiravano la colla dal loro sacchetto. Sono stata con loro al centro di raccolta nei sobborghi di Bucarest, dove ho frequentato il corso di rumeno e alla fine l’ho imparato, per poter parlare con loro. Sono poi stata spostata (di mia volontà) a lavorare con i bambini più piccoli, figli di ragazzi di strada, di famiglie svantaggiate o semplicemente trovati per strada da soli, prelevati alle famiglie che li maltrattavano o li mandavano a chiedere l’elemosina. Sono diventata lì “mami Caterina”, la loro mamma dalle 8 di mattina alle 16 insieme a Sergiu. Insieme a noi i nostri 16 bambini (dai 6 ai 15 anni) facevano i compiti, mangiavano, giocavano. Noi cercavamo di lenire la sofferenza che si leggeva dal loro comportamento ribelle e ingestibile di essere bambini senza una casa, una famiglie e una vita normale.
Io mi occupavo nel centro di tutte le attività manuali: a Natale abbiamo fatto un mercatino con le candele che abbiamo preparato con i bambini, a Pasqua abbiamo dipinto le uova. Abbiamo colorato con gli acquerelli e le tempere, creato con la plastilina (con i più piccoli) e l’argilla (per i più grandi), decorato gli ambienti comuni, personalizzato le camerette. I bambini mi seguivano rumorosi nelle attività, si stancavano presto, non seguivano le istruzioni, litigavano tra di loro per tutto, mi facevano letteralmente impazzire. Quando finivo le ore di lavoro spesso ero senza forze. Senza forze ma felice.

Ho conosciuto anche dei ragazzi rumeni che sono diventati miei amici, i quali mi hanno aiutato a conoscere la loro cultura, così diversa dalla nostra. E che me l’hanno fatta amare, loro così poco sorridenti, cosi duri, cosi diffidienti all’inizio, comportamenti ereditati dal loro passato di dittatura e comunismo, che è finita solo qualche anno fa. Loro che però, una volta diventati amici, mi hanno offerto una disponibilità infinita.

Dopo il corso di lingue noi volontari siamo stati tutti smistati nelle diverse case dell’associazione, ma il fine settimana facevamo di tutto per vederci, raccontarci, uscire nei mille bar e “club” di Bucarest, scrollarci di dosso nei nostri giorni liberi il lavoro e la stanchezza della settimana. Quando avevo bisogno di qualcuno loro c’erano.
Con loro ho viaggiato per la Romania, ho visitato la Transilvania e visto il Mar Nero.  Michelangela prima e Michela poi dall’Informagiovani di Padova mi hanno sempre sostenuto, prima durante e dopo, risposto con massima disponibilità a tutte le mie domande e ai miei dubbi.

Sono tornata a casa una Caterina diversa, che sa apprezzare tutto ciò che ha e che riesce a sorridere alla vita molto più spesso di come era abituata a fare.

L’Associazione Karibu Africa si racconta a Progetto Giovani

Dicembre 15, 2008

Karibu è una parola swahili che significa “benvenuto” ed è questo l’obiettivo della Associazione Karibu Africa: dare il benvenuto all’Africa, alla sua storia e cultura. Karibu Afrika nasce dalla volontà di alcuni studenti della facoltà di Scienze Politiche di Padova nel maggio 2004.

L’obiettivo primario è quello di farsi portavoce di tutte quelle persone conosciute a Nairobi, delle loro esperienze e progetti. Karibu Afrika ha numerose attività culturali e informative in Italia e in Kenya.

Semestralmente organizza il corso “Studying Africa in Africa” che si svolge a Nairobi in collaborazione e all’interno dei progetti di Koinonia Community (ONG internazionale), Africa Peace Point (polo per la pace kenyano) e Amani (ONG italiana). A Nairobi collabora con la Hope International School e UNILAC, rispettivamente scuola e università dei rifugiati dei Grandi Laghi. Ha inoltre attività relative allo smaltimento rifiuti e tutela ambientale e al calcio all’interno della baraccopoli di Mathare. In Italia organizza conferenze, seminari, incontri nelle scuole ed eventi culturali con l’obiettivo d’approfondire tematiche solitamente poco affrontate dai media.

Il found raising è effettuato per sostenere i progetti in corso di realizzazione a Nairobi: l’aiuto economico non vuole creare dipendenza ma dare un incentivo iniziale alla realizzazione di attività che generino entrate economiche in loco. Non crediamo nella cooperazione come asettico apporto economico a progetti decisi dall’alto, ma nella condivisione di progetti con persone locali e nell’alleviamento delle iniziali difficoltà infrastrutturali.

Lo spirito di Karibu Afrika è quello di creare un modello nuovo di cooperazione basato sul protagonismo dei giovani e dell’Africa, una cooperazione che sia scambio e non puro e semplice dono. I nostri progetti in Africa sono nati tutti in loco previo accordo e progettazione co-partecipata con i nostri partner locali. Karibu Afrika Onlus ha la sua base operativa a Padova ma ha gruppi di supporto e azione anche a Bologna, Pordenone, Torino e Milano.

La sede è in via S. Sofia 5.
Sito web: www.karibuafrika.it
e-mail: karibuafrika@libero.it
Tel: 3407777318
3495959965

Tatiana Motterle racconta la sua esperienza di volontaria SVE a Dresda

Dicembre 12, 2008

Nel 2005 mi sono finalmente laureata alla triennale, un piccolo evento che mi ha smosso un po’ la vita e mi ha risvegliata dal torpore di quegli ultimi tempi. Il sommovimento mi ha convinta che a 25 anni era ora di fare qualcosa di bello e di mio, di buttarmi nelle cose. Allora, ispirata dalla mia coinquilina che stava cercando anche lei un progetto SVE, ho cominciato anch’io ad esplorare il sito alla ricerca di associazioni, mi sono affidata al Progetto Giovani (cioè alla mitica Michela) e lì è cominciato tutto. Ho avuto una gran fortuna. All’inizio non arrivavano notizie dalle associazioni che avevo scelto e ogni tanto mi chiamava Michela proponendomi progetti che non m’ispiravano per niente. Il mio ventiseiesimo compleanno si avvicinava pericolosamente (allora il limite d’età era più basso) e stavo per perdere le speranze, quando si è fatta viva un’associazione di Dresda (Germania) che mi aveva già scelta leggendo il mio curriculum, senza bisogno di fare altre selezioni. Ho in mente questa scena di me che salto come una scema in giro per la cucina dopo aver ricevuto la telefonata di Michela…
Insomma sono partita. Due settimane prima della fatidica scadenza dei 26. Nel frattempo c’erano stati anche tre giorni di formazione pre-partenza veramente belli, dove, fra le altre cose, eravamo stati preparate/i anche agli alti e bassi emotivi dell’esperienza SVE. E quelli in effetti ci sono stati, eccome… Le sensazioni del viaggio erano belle e strane: non avevo mai fatto un anno intero all’estero e mai un’esperienza simile. Era tutto da scoprire e non vedevo l’ora che cominciasse. Ma sono bastati pochi giorni per buttarmi a terra. Non perché non mi piacesse quello che stavo vivendo ma perché, lontana dal mio ambiente, dai miei amici, da tutte le mie cose, mi sono ritrovata a riflettere su me stessa, a guardarmi di più e sono uscite tante cose che fino ad allora avevo finto di non vedere. È questo uno dei valori maggiori che do al mio SVE. Quell’anno mi ha cambiata ma non tanto (o non solo) per quello che ho fatto con la mia associazione: è stato tutto quello che ho vissuto, le persone che ho conosciuto, il mondo che ho riscoperto dentro di me.
L’associazione in cui ho lavorato si chiama Gerede e.V., è composta da gay, lesbiche, bisex e trans e si occupa su diversi livelli di questo mondo: ospita gruppi  di discussione e confronto, offre aiuto e counseling a chi vive problematicamente il proprio orientamento sessuale, organizza e segue progetti nelle scuole sull’identità di genere e di orientamento. Dentro la loro sede da qualche anno è nato anche un internet café con videoteca e biblioteca, che è stato il mio posto di lavoro principale. Non è stato sempre facile, generalmente sono stata accolta e coccolata ma con qualcuno ho avuto dei problemi, la lingua era una difficoltà perché di tedesco sapevo gran poco ma poi anche con loro ho ingranato ed è stata una bella soddisfazione, dopo qualche mese, accompagnarli nelle scuole e parlare in tedesco con le ragazze e i ragazzi. Lavorare a Gerede mi è servito per approfondire alcune cose e fare dei confronti con le mie esperienze di volontariato che avevo fatto nello stesso campo. Altri stimoli mi sono arrivati dalle formazioni SVE che ho fatto in Germania dove, oltre a conoscere altre sveine e altri sveini, ho incontrato dei formatori e delle formatrici veramente interessanti e grazie a uno di loro mi sono fatta anche un bel seminario sulle politiche di genere finanziato dalla  Commissione Europea. Insomma per me l’esperienza SVE non è stato solo il lavoro in associazione ma anche molte altre cose e più di tutto una crescita personale e una sferzata di energia e di voglia di fare, di nuove idee interessanti e altre possibilità aperte. È così che mi sono sentita al ritorno infatti. Come se avessi qualche mattoncino in più su cui costruire ancora.
A chiunque mi chiede dello SVE rispondo che è un’esperienza assolutamente da fare. Uscire, vivere in altri paesi, parlare altre lingue, vedere le cose in altri modi, conoscere persone che provengono da realtà diverse ti apre la mente. È un discorso talmente trito che ormai sembra una banalità ma è assolutamente vero e lo si capisce fino in fondo vivendolo di persona. In Germania mi sono ritrovata a fare cose che qui non avrei mai fatto, cose anche stupide come andare a un concerto da sola e ballare senza pensare agli altri. Trovarmi in un ambiente diverso mi ha fatto provare sulla mia pelle cosa significa vivere secondo schemi che noi stessi ci creiamo e che le persone di cui ci circondiamo ricreano e riproducono. Questo è il primo aspetto, poi c’è quello del lavoro nel sociale, che aggiunge un grande valore e che differenzia lo SVE da molte altre esperienze all’estero. Questa parte non è sempre positiva, ho parlato con persone deluse rispetto a quello che si aspettavano, ma ne ho viste altrettante entusiaste e soddisfatte.
Più sto nel sociale più mi convinco che per aiutare gli altri dobbiamo prima aiutare noi stessi/e, capirci, lavorare su di noi. Per questo lo SVE mi sembra un’esperienza perfetta: mixa entrambe le cose. Almeno questo è l’effetto che ha fatto su di me.

Per chiudere tutte queste elucubrazioni incollo qui un mio intervento nel blog che avevamo creato con ragazzi, ragazze e formatori del corso di formazione pre-partenza. Ero in Germania da un mese, alle prese coi famosi alti e bassi di cui sopra, che al corso avevamo chiamato rispettivamente “curva ascendente” e “curva discendente”. Penso riesca a trasmettere lo stato d’animo in cui mi trovavo.

Beh, che dire…
E’ proprio bello certe volte ritrovarsi a vivere una giornata come questa dopo una settimana non proprio esaltante, passata a sbattere la testa contro una lingua che non capisci, certa gente che dà per scontato che tu la impari in tre giorni e che fa anche commenti sarcastici se non gli servi il caffè giusto, la pioggia, piccole incomprensioni con una persona che hai lasciato in Italia e che ti buttano moooolto giù (perché da qui certe cose ti arrivano amplificate), il fancazzismo fastidioso che ti fa perdere tempo inutilmente, arrabbiarti perché stai perdendo tempo ma non trovare gli stimoli per alzare le chiappe e far qualcosa di costruttivo, sentirti inadeguata, sola ecc. ecc.
Poi succede che impercettibilmente la curva comincia a salire, le cose piano piano migliorano, i problemi si risolvono da soli (o forse è anche il mio atteggiamento che è cambiato – Goethe non era mica scemo), le incomprensioni si risolvono, la lingua sembra meno ostica, le persone sarcastiche ti senti anche di mandarle a quel paese (che se si comportano così forse non valgono nemmeno poi così tanto e non val la pena starci male), la pioggia lascia il posto al sole e puoi uscire a rivedere la città (che per un attimo ti eri scordata che è così bella), poi arriva la neve, taaanta neve e la città sembra ancora più bella. Poi ti svegli la domenica mattina, la tua coinquilina è in cucina che spignatta e fa casino ascoltando Le quattro stagioni di Vivaldi (più esattamente La primavera. E mi sembra giusto…), ti fai una bella doccia e quando esci dal bagno lei ti comunica che stanno arrivando alcuni suoi amici per il brunch e che “if you want to join us… We will speak only English!”. Così ti ritrovi a chiacchierare con un tedesco (in pantaloni corti kaki, con -6 °C e 10 cm di neve fuori. Mah! Solo i crucchi…), un francese e la sua ragazza di Taiwan; e tra french toasts, panettone (ebbene sì!!), burro, marmellate, frittate e non so che altro si parla di mille cose, dalle colonie (tra le battutine sugli italiani che si son beccati la più sfigata e anche per poco), all’urbanistica di Los Angeles, dai curricula che sono diversi in ogni paese, alla Palestina… Insomma ad un certo punto ti senti come la sensazione che a queste persone vuoi quasi un po’ di bene, anche se non le conosci. Perché comunque tu in questo posto sei sola, sei una straniera, la tua vita qui è appena iniziata e questa gente ti sta accogliendo. Ed è una sensazione troppo strana questa di sentirsi legate così da subito a degli sconosciuti (per una veneta come me poi, figurarsi…). Insomma alla fine ti ritrovi con le lacrime agli occhi mentre la tua coinquilina racconta la sua infanzia nella Germania dell’Est e di quando è caduto il muro. E beh, ti vengono in mente un sacco di cose che vuoi sapere, approfondire, fare e un anno ti sembra quasi poco ed è già passato un mese e qui bisogna cominciare a muoversi veramente!
E fuori c’è tutta sta neve ed è proprio bello e allora esci per vedere il parco e ci sono decine di bimbi con le slitte, e sembrano tutti Heidi!!! Identici! Con i nasini e le guanciotte rossissimi!! E insomma neve ovunque, sopra sotto negli occhi nel naso ma ti va di vedere com’è Dresda sotto sta coltre e cammini cammini e torni a casa dopo tre ore con le gambe legnose e il sorriso sulle labbra. E una gran voglia di raccontare tutto alle persone a cui vuoi bene.

Il blog esiste ancora, per chi vuole darci un’occhiata: http://thevolunteerz.splinder.com/

Tati

Un posto per leggere – Un libro al mese, a cura di Daria Tinagli

Dicembre 10, 2008

Pubblicato su SEGNALI di dicembre:

Titolo: S’è fatta ora
Autore: Antonio Pascale
Editore: Minimum Fax
Anno di pubblicazione: 2006
Numero di pagine: 126
Prezzo di copertina: 9.50 euro.

Cinque iniziazioni che si intrecciano: l’ amore, l’impegno politico, l’impegno sociale, il mondo del lavoro, il passaggio tra le età della vita.
E’ Vincenzo Postiglione, il protagonista del romanzo, che percorre tutti questi diversi periodi. Li ripercorre raccontandoli con occhi curiosi e attenti, con uno sguardo pieno di tenerezza e partecipazione ma senza indulgenza. Mentre racconta episodi piccoli, incastrati tra loro come potrebbe fare un gioco magico e misterioso, ci offre parole ogni volta nuove e un mondo che fa ridere, piangere, commuovere. Mette in fila le parole così bene da farle sembrare una fioritura, qualcosa che è nato da sé, qualcosa di evidente e inevitabile. Queste parole, queste immagini, questi pensieri ci accompagnano per tutto il libro, si legano a ciò che è già dentro di noi e lo arricchiscono.
Come sosteneva Cesare Pavese, i bei libri sono quelli che ti dicono qualcosa che sai già, ma te lo dicono con parole migliori. O per dirla alla Holden: ” i libri veramente belli sono quelli che quando hai finito di leggerli ti vien voglia di essere amico dell’autore e poterlo chiamare al telefono ogni volta che ti va”. Allora posso dire che questo di Pascale è proprio un bel libro. Vorrei davvero conoscere Antonio Pascale e poterlo incontrare in centro per un caffè ogni volta che mi va. Vorrei essere amica di Pascale perché sa dire bene quello che nella mia testa e nel mio cuore sta insieme tutto a casino. Quando leggo i suoi libri, invece, tutta questa confusione trova un significato, un posto dove sta bene.
Ho creato un breve dizionario che raccoglie il significato delle parole di S’è fatta ora. Se somigliano un po’ alle vostre, allora, avete trovato il prossimo libro da tenere sul comodino e non lasciare più.
Amore:  “L’amore in questo consiste, disperdere più che investire. Scompaginare invece che sistemare. Una cosa strana, ma una cosa da accettare.”
Desideri: “Non sospettavo ancora che ogni volta che si avvera un desiderio, la nostra immaginazione subisce un collasso.”
Felicità: “Fitzgerald parla di cose troppo belle, quelle che accadono una volta per tutte durante l’adolescenza, e sono belle perché imperfette, su quella felicità non ci costruisci niente.”
Ricordi: “Sarà che le cose importanti non te le ricordi perché, invece di restare un oggetto distante di cui avere nostalgia, diventano parte di te.”
Silenzio: “Ecco perché il silenzio diventava necessario. Tra me e lei, dico. Dava la sensazione, solo la sensazione si intende, che non ci fossero bonus da distribuire. Niente da vendere con la forza della retorica.”
Stupidità e Potere: “Ragazzi, lo so che non vi hanno mai insegnato ad amare il teatro ma, ve lo dico con il cuore, non fate gli stupidi, perché il potere vi vuole stupidi.”

Un posto per leggere – Un libro al mese, a cura di Daria Tinagli

Dicembre 4, 2008

Pubblicato su SEGNALI di novembre

Eccoci al primo post di questa piccola rubrica per lettori, uno scambio di slanci ed entusiasmi letterari e non un angolo critico.Come primo libro da condividere ho scelto Le ore, di Michael Cunningham, perché è forse il mio libro preferito – e certamente il libro che avrei voluto scrivere io. Per i prossimi libri da segnalare perché imperdibili (o magari perché orribili) aspetto, oltre alla mia ispirazione, i vostri consigli e le vostre idee che potrete raccontare al mio indirizzo e-mail: daria.tinagli[at]gmail.com

Le ore, di Michael Cunningham
Titolo originale: The Hours. Titolo italiano: Le Ore.
Autore: Michael Cunningham.
Traduzione: Ivan Cotroneo.
Anno di pubblicazione: 1998.
Edizione italiana: Bompiani.
Prezzo: € 7,00. Numero di pagine: 166.
Note: Premio Pulitzer 1999 per la letteratura.
www.michaelcunninghamwriter.com

Virginia Woolf, Laura Brown e Clarissa Vaughan sono le protagoniste di questa storia, che racconta la giornata di tre donne vissute in epoche diverse: Virginia si sta occupando della stesura del suo romanzo La signora Dalloway, è il 1923. Laura sta preparando una torta con il figlio Richie nella cucina della sua villetta in California. Sono gli anni Cinquanta. Clarissa sta uscendo a comprare dei fiori. Siamo a New York, verso la fine degli anni novanta. Clarissa deve dare una festa per il suo amico Richard.
Anche se sembra impossibile queste tre donne hanno molto in comune, qualcosa di reale e qualcosa di inafferrabile come il caso, eppure forte. Quello che le unisce è l’ amore per la vita, il dolore della vita, lo strazio del rimpianto, il desiderio di essere felici oltre ogni convenzione, la voglia di scardinare consuetudini vecchie e consunte, creare nuova felicità e nuova bellezza. Quello che le unisce, inoltre, è la magia della letteratura con tutta la sua forza e il suo potere.
E poi ci sono le ore. “C’è solo questo come consolazione: un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora.”
Questo libro riempie di domande, sussulti e forse anche qualche risposta. Questo libro raccoglie bellezza, amore e felicità, dolore e morte, tutto tenuto insieme da una scrittura impeccabile e da un intreccio geniale.
Ecco, ho raccontato il libro. Tutti qui? Tutto qui. Non è poco. Altro non si può dire. O forse sì: è un libro perfetto. Per concludere, una citazione da Diario di una scrittrice di Virginia Woolf (ed. Minimum Fax, 2005):
“Quando scrivo non sono che una sensibilità.  A volte mi piace essere Virginia, ma solo quando sono sparsa e varia e gregaria. Ora, finché siamo qui, voglio essere solo una sensibilità.”

Onora la tua intelligenza La scuola italiana e il duro mestiere dello studente

Dicembre 2, 2008

Il rischio evidente che corre tutto il sistema-scuola è quello di dar valore solo a ciò che produce un risultato tangibile, di preferire il fare al sapere e all’essere. Ci sarà ancora spazio per la filosofia, per il pensiero disinteressato e non declinabile immediatamente in tecnica?

“Fenomenologia” dell’Istruzione
Ministri dell’istruzione, riforme scolastiche, decreti legge: cosa avranno mai a che fare con la “fatica dello studiare”? La stessa scuola sembra indirizzarsi sempre di più verso un modello aziendalistico, che traspare dai termini utilizzati per monitorare le attività scolastiche, come successo formativo, investimento in capitale umano, certificazione di qualità e competenze. Come porsi di fronte ad un mondo in cui la parola chiave non è più conoscenza ma competenza?

Crisi fiscale e conduzione aziendalistica
Il rischio evidente che corre tutto il sistema-scuola è quello di dar valore solo a ciò che produce un risultato tangibile, di preferire il fare al sapere e all’essere.
Ci sarà ancora spazio per la filosofia, per il pensiero disinteressato e non declinabile immediatamente in tecnica? La profonda crisi fiscale in cui versa da tempo lo Stato non ha risparmiato anche la scuola. La stessa ministro in carica Gelmini l’ha ammesso, evidenziando che le attuali riforme o proposte, come quella del “maestro unico” appena approvato, o la prospettata riduzione a quattro anni di scuola superiore, nascono da  esigenze di “tagli” necessari alla spesa scolastica, mentre nessuno ha ancora annunciato una riforma complessiva del sistema.

Giovani: riappropriamoci dello studio
Studiamo per noi stessi, per dare risposta ai nostri mille interrogativi, consapevoli che prima di essere belli o “sfigati”, punk o rock, di destra o di sinistra, siamo soprattutto “una grande domanda”. Lo studio, che è certamente anche fatica, è soprattutto un allenamento per vivere, è la crescita della nostra libertà. Studiare è imparare a diventare discepoli di un maestro che non ci insegna solo cosa ma come pensare e vivere. Vista in una prospettiva di passione, di riscoperta di noi stessi, di viaggio con una meta ma senza una fine, la fatica dello studiare non è più un dovere ma un piacere. Questo piacere non va dimenticato ma riscoperto pagina dopo pagina, attraverso tutte le riforme attuate o solo annunciate: nessun progetto “tecnico” può sostituire la passione di ciò che è vero, buono, nobile.

La parola al Capo
“Le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento: non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente. Si parta dai problemi che nessuno può negare e si discutano con spirito aperto tutte le diverse soluzioni. Facciano tutti uno sforzo per evitare contrapposizioni pericolose e mostrino senso della misura e realismo. Questo approccio è essenziale per affrontare il problema delle risorse. La spesa per l’istruzione va collocata fra le priorità per l’avvenire del paese e merita una speciale considerazione. Un contenimento della spesa per la scuola anche se l’obiettivo di una minore spesa non può prevalere su tutti gli altri, e va formulato, punto per punto, con grande attenzione, in un clima di dialogo. Deve invece tradursi nel massimo sforzo sul piano della razionalizzazione e del maggior rendimento della spesa per la scuola, sul piano del sostanziale miglioramento della sua qualità.” (citazione tratta dal discorso del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,  alla cerimonia per l’inaugurazione dell’anno scolastico 2008-2009).

a cura di Chiara Bertato