Nel 2005 mi sono finalmente laureata alla triennale, un piccolo evento che mi ha smosso un po’ la vita e mi ha risvegliata dal torpore di quegli ultimi tempi. Il sommovimento mi ha convinta che a 25 anni era ora di fare qualcosa di bello e di mio, di buttarmi nelle cose. Allora, ispirata dalla mia coinquilina che stava cercando anche lei un progetto SVE, ho cominciato anch’io ad esplorare il sito alla ricerca di associazioni, mi sono affidata al Progetto Giovani (cioè alla mitica Michela) e lì è cominciato tutto. Ho avuto una gran fortuna. All’inizio non arrivavano notizie dalle associazioni che avevo scelto e ogni tanto mi chiamava Michela proponendomi progetti che non m’ispiravano per niente. Il mio ventiseiesimo compleanno si avvicinava pericolosamente (allora il limite d’età era più basso) e stavo per perdere le speranze, quando si è fatta viva un’associazione di Dresda (Germania) che mi aveva già scelta leggendo il mio curriculum, senza bisogno di fare altre selezioni. Ho in mente questa scena di me che salto come una scema in giro per la cucina dopo aver ricevuto la telefonata di Michela…
Insomma sono partita. Due settimane prima della fatidica scadenza dei 26. Nel frattempo c’erano stati anche tre giorni di formazione pre-partenza veramente belli, dove, fra le altre cose, eravamo stati preparate/i anche agli alti e bassi emotivi dell’esperienza SVE. E quelli in effetti ci sono stati, eccome… Le sensazioni del viaggio erano belle e strane: non avevo mai fatto un anno intero all’estero e mai un’esperienza simile. Era tutto da scoprire e non vedevo l’ora che cominciasse. Ma sono bastati pochi giorni per buttarmi a terra. Non perché non mi piacesse quello che stavo vivendo ma perché, lontana dal mio ambiente, dai miei amici, da tutte le mie cose, mi sono ritrovata a riflettere su me stessa, a guardarmi di più e sono uscite tante cose che fino ad allora avevo finto di non vedere. È questo uno dei valori maggiori che do al mio SVE. Quell’anno mi ha cambiata ma non tanto (o non solo) per quello che ho fatto con la mia associazione: è stato tutto quello che ho vissuto, le persone che ho conosciuto, il mondo che ho riscoperto dentro di me.
L’associazione in cui ho lavorato si chiama Gerede e.V., è composta da gay, lesbiche, bisex e trans e si occupa su diversi livelli di questo mondo: ospita gruppi di discussione e confronto, offre aiuto e counseling a chi vive problematicamente il proprio orientamento sessuale, organizza e segue progetti nelle scuole sull’identità di genere e di orientamento. Dentro la loro sede da qualche anno è nato anche un internet café con videoteca e biblioteca, che è stato il mio posto di lavoro principale. Non è stato sempre facile, generalmente sono stata accolta e coccolata ma con qualcuno ho avuto dei problemi, la lingua era una difficoltà perché di tedesco sapevo gran poco ma poi anche con loro ho ingranato ed è stata una bella soddisfazione, dopo qualche mese, accompagnarli nelle scuole e parlare in tedesco con le ragazze e i ragazzi. Lavorare a Gerede mi è servito per approfondire alcune cose e fare dei confronti con le mie esperienze di volontariato che avevo fatto nello stesso campo. Altri stimoli mi sono arrivati dalle formazioni SVE che ho fatto in Germania dove, oltre a conoscere altre sveine e altri sveini, ho incontrato dei formatori e delle formatrici veramente interessanti e grazie a uno di loro mi sono fatta anche un bel seminario sulle politiche di genere finanziato dalla Commissione Europea. Insomma per me l’esperienza SVE non è stato solo il lavoro in associazione ma anche molte altre cose e più di tutto una crescita personale e una sferzata di energia e di voglia di fare, di nuove idee interessanti e altre possibilità aperte. È così che mi sono sentita al ritorno infatti. Come se avessi qualche mattoncino in più su cui costruire ancora.
A chiunque mi chiede dello SVE rispondo che è un’esperienza assolutamente da fare. Uscire, vivere in altri paesi, parlare altre lingue, vedere le cose in altri modi, conoscere persone che provengono da realtà diverse ti apre la mente. È un discorso talmente trito che ormai sembra una banalità ma è assolutamente vero e lo si capisce fino in fondo vivendolo di persona. In Germania mi sono ritrovata a fare cose che qui non avrei mai fatto, cose anche stupide come andare a un concerto da sola e ballare senza pensare agli altri. Trovarmi in un ambiente diverso mi ha fatto provare sulla mia pelle cosa significa vivere secondo schemi che noi stessi ci creiamo e che le persone di cui ci circondiamo ricreano e riproducono. Questo è il primo aspetto, poi c’è quello del lavoro nel sociale, che aggiunge un grande valore e che differenzia lo SVE da molte altre esperienze all’estero. Questa parte non è sempre positiva, ho parlato con persone deluse rispetto a quello che si aspettavano, ma ne ho viste altrettante entusiaste e soddisfatte.
Più sto nel sociale più mi convinco che per aiutare gli altri dobbiamo prima aiutare noi stessi/e, capirci, lavorare su di noi. Per questo lo SVE mi sembra un’esperienza perfetta: mixa entrambe le cose. Almeno questo è l’effetto che ha fatto su di me.
Per chiudere tutte queste elucubrazioni incollo qui un mio intervento nel blog che avevamo creato con ragazzi, ragazze e formatori del corso di formazione pre-partenza. Ero in Germania da un mese, alle prese coi famosi alti e bassi di cui sopra, che al corso avevamo chiamato rispettivamente “curva ascendente” e “curva discendente”. Penso riesca a trasmettere lo stato d’animo in cui mi trovavo.
Beh, che dire…
E’ proprio bello certe volte ritrovarsi a vivere una giornata come questa dopo una settimana non proprio esaltante, passata a sbattere la testa contro una lingua che non capisci, certa gente che dà per scontato che tu la impari in tre giorni e che fa anche commenti sarcastici se non gli servi il caffè giusto, la pioggia, piccole incomprensioni con una persona che hai lasciato in Italia e che ti buttano moooolto giù (perché da qui certe cose ti arrivano amplificate), il fancazzismo fastidioso che ti fa perdere tempo inutilmente, arrabbiarti perché stai perdendo tempo ma non trovare gli stimoli per alzare le chiappe e far qualcosa di costruttivo, sentirti inadeguata, sola ecc. ecc.
Poi succede che impercettibilmente la curva comincia a salire, le cose piano piano migliorano, i problemi si risolvono da soli (o forse è anche il mio atteggiamento che è cambiato – Goethe non era mica scemo), le incomprensioni si risolvono, la lingua sembra meno ostica, le persone sarcastiche ti senti anche di mandarle a quel paese (che se si comportano così forse non valgono nemmeno poi così tanto e non val la pena starci male), la pioggia lascia il posto al sole e puoi uscire a rivedere la città (che per un attimo ti eri scordata che è così bella), poi arriva la neve, taaanta neve e la città sembra ancora più bella. Poi ti svegli la domenica mattina, la tua coinquilina è in cucina che spignatta e fa casino ascoltando Le quattro stagioni di Vivaldi (più esattamente La primavera. E mi sembra giusto…), ti fai una bella doccia e quando esci dal bagno lei ti comunica che stanno arrivando alcuni suoi amici per il brunch e che “if you want to join us… We will speak only English!”. Così ti ritrovi a chiacchierare con un tedesco (in pantaloni corti kaki, con -6 °C e 10 cm di neve fuori. Mah! Solo i crucchi…), un francese e la sua ragazza di Taiwan; e tra french toasts, panettone (ebbene sì!!), burro, marmellate, frittate e non so che altro si parla di mille cose, dalle colonie (tra le battutine sugli italiani che si son beccati la più sfigata e anche per poco), all’urbanistica di Los Angeles, dai curricula che sono diversi in ogni paese, alla Palestina… Insomma ad un certo punto ti senti come la sensazione che a queste persone vuoi quasi un po’ di bene, anche se non le conosci. Perché comunque tu in questo posto sei sola, sei una straniera, la tua vita qui è appena iniziata e questa gente ti sta accogliendo. Ed è una sensazione troppo strana questa di sentirsi legate così da subito a degli sconosciuti (per una veneta come me poi, figurarsi…). Insomma alla fine ti ritrovi con le lacrime agli occhi mentre la tua coinquilina racconta la sua infanzia nella Germania dell’Est e di quando è caduto il muro. E beh, ti vengono in mente un sacco di cose che vuoi sapere, approfondire, fare e un anno ti sembra quasi poco ed è già passato un mese e qui bisogna cominciare a muoversi veramente!
E fuori c’è tutta sta neve ed è proprio bello e allora esci per vedere il parco e ci sono decine di bimbi con le slitte, e sembrano tutti Heidi!!! Identici! Con i nasini e le guanciotte rossissimi!! E insomma neve ovunque, sopra sotto negli occhi nel naso ma ti va di vedere com’è Dresda sotto sta coltre e cammini cammini e torni a casa dopo tre ore con le gambe legnose e il sorriso sulle labbra. E una gran voglia di raccontare tutto alle persone a cui vuoi bene.
Il blog esiste ancora, per chi vuole darci un’occhiata: http://thevolunteerz.splinder.com/
Tati
Tag: europeo, germania, servizio, SVE, volontariato, volontario
Luglio 1, 2009 alle 8:54 pm |
sono consiglio in una associazione di togo (ovest africa) vorrei avere una auito per projetto di scolarita et salute in togo
grazie