SERVIZIO VOLONTARIATO EUROPEO IN MACEDONIA

By pgpadova

Iniziamo proprio da questo: Bitola, seconda città macedone per grandezza e uno degli ultimi luoghi che si incontrano prima di entrare in territorio greco. Doveva essere questa la meta del mio viaggio che avrebbe dovuto svolgersi nell’arco di nove lunghi mesi. Purtroppo non è stato così, poiché la mia permanenza si è risolta in alcune settimane, giusto il tempo di capire che Ohrid è una delle città più mediterranee e affascinanti dei Balcani Occidentali e che Bitola è una lunga strada popolata di caffè affollati ad ogni ora del giorno.

Non solo questo però mi ha insegnato la mia breve incursione nella terra che ha dato i natali ad Alessandro Magno. Dopo essermi laureata ero partita così fiduciosa e carica di speranze, certo sempre idealista ma desiderosa di mettermi alla prova per la prima volta in una terra straniera per lungo tempo. Avevo scelto il Programma di Servizio Volontariato Europeo (SVE) perché mi sembrava, nel grande mare delle opportunità di volontariato, quello dal livello qualitativo più alto e soprattutto dalla notevole varietà di proposte formative.

Sfortunatamente mi sono dovuta ricredere, a mie spese, su molti aspetti su cui poggia il funzionamento e la gestione dello SVE. Le premesse del mio viaggio dovevano farmi presagire una sua non riuscita: l’esordio è stato l’imbottigliamento nell’autostrada Venezia-Milano a cui è seguita una corsa folle per raggiungere l’aeroporto di Malpensa dove non avrei mai preso l’aereo per Skopje. In ogni caso, vista la mia determinazione, il giorno stesso mettevo piede sul suolo macedone e giungevo a Bitola, in attesa di iniziare a lavorare come volontaria all’interno di una scuola per l’infanzia e di un centro linguistico.

I primi giorni sono stati incoraggianti: conoscenza degli altri volontari SVE, insediamento nel nuovo appartamento, scoperta della città, primo contatto con i bambini e gli studenti della scuola e con l’associazione ospitante. Allo stesso tempo però c’erano alcuni aspetti che facevano presagire un peggioramento della situazione: il problema maggiore era legato alla graduale presa di coscienza di come vi fosse un divario tra i contenuti del progetto, così come indicati sulla carta, e le effettive attività da sviluppare. Tutti i laboratori a cui avrei dovuto partecipare non esistevano e la scuola non era strutturata in maniera articolata come immaginavo.

Nonostante queste lacune, ero in ogni caso decisa a proseguire e, viste le premesse poco fortunate, lo SVE assumeva una nuova veste, quella di creare delle solide basi per rendere la scuola e il centro linguistico che mi ospitavano più dinamici e attivi.

Ricordo ancora il giorno in cui Progetto Giovani di Padova mi ha chiamato: stavo percorrendo la strada che conduceva all’ufficio dell’organizzazione ospitante e che passava attraverso il mercato cittadino, quando mi è stato comunicato che il mio progetto era stato cancellato. Le emozioni di quel momento sono state un connubio di stupore, incredulità e non comprensione. Ma che cos’era accaduto a meno di una settimana dal mio arrivo?

Era successo che i volontari che mi avevano preceduto avevano espresso forti lamentele verso l’organizzazione ospitante per la sua mancanza di supporto logistico e morale e soprattutto per il fatto che nelle associazioni destinate alla realizzazione del progetto le attività erano inesistenti. A seguito di questa serie di reclami, l’organizzazione responsabile della gestione dello SVE nel Sud Est Europa, Salto, aveva effettuato una missione volta a verificare se tali problemi effettivamente esistevano. Naturalmente, vista la mia fortuna, l’indagine aveva prodotto la decisione di chiudere l’accreditamento all’associazione ospitante.

C’era dunque ancora una speranza: vista l’impossibilità da parte di Salto di cancellare progetti già approvati come il mio, la decisione ultima spettava alle singole Agenzie nazionali. Dunque, la mia sorte era ora nelle mani dell’Agenzia Nazionale di Roma: da quel giorno sono iniziate lunghe telefonate che hanno coinvolto il quadrilatero Padova, dove il Progetto Giovani ha tentato in tutti i modi di darmi supporto, Treviso, dove la mia famiglia si interrogava sul mio futuro, Roma, con la sua folle burocrazia e Bitola, piccolo punto nei Balcani dove vivevo ore d’attesa in cui la speranza lasciava gradualmente posto alla delusione.

Un’ulteriore complicazione è sorta nel momento in cui mi sono interfacciata con l’Agenzia Nazionale italiana, dotata del potere ultimo di decidere sulla mia sorte. Purtroppo, se a Bitola il dialogo con l’ente d’accoglienza era difficile, con Roma la situazione non era migliore. Ricordo lunghe telefonate volte a spiegare il disagio che vivevo in quel momento e come questa confusione non fosse dipesa in alcun modo da me. Nonostante abbia più volte testimoniato la mia volontà di rimanere, ho incontrato scarsa flessibilità da parte dell’ente italiano tanto che gli altri volontari SVE sono rimasti a Bitola, trovando inserimento in un nuovo progetto, mentre io ho dovuto far rientro anticipato in patria.

Quando ho capito, dopo l’ennesima telefonata, che la mia esperienza si stava concludendo ancora prima che fosse iniziata, ho gettato la spugna.

Che cosa potevo fare? Effettivamente non vi erano le condizioni per poter rimanere a Bitola dove le possibilità di crescita formativa erano pressoché nulle. Non volevo ritornare anticipatamente in Italia, dopo che avevo salutato tutti per un lungo viaggio di nove mesi. Diverse sono state le ipotesi che ho passato in rassegna in quei giorni: dalle più concrete, come contattare associazioni locali accreditate SVE, alle più assurde, quali vendere cetrioli al mercato locale. Effettivamente l’impresa di vivere in un Paese senza copertura assicurativa e medica e senza alcuna solida base lavorativa non era delle più facili.

Date queste premesse e vista la possibilità offertami da Roma di poter candidarmi nuovamente per un Progetto SVE, una volta tornata in Italia, ho ripreso la via di casa. La delusione e l’amarezza per ciò che mi è successo mi hanno portato a riflettere sulla validità ed il senso del volontariato: il mio caso forse rappresenta un’eccezione ma è sintomatico di come vi siano degli aspetti su cui è necessario riflettere al fine di migliorare il funzionamento dell’intera macchina SVE. Le parole chiave su cui bisognerebbe focalizzare l’attenzione dovrebbero essere: maggiore selezione nella fase di accreditamento, maggior coordinamento tra gli enti coinvolti nel Programma (Agenzie Nazionali, enti ospitanti e d’invio) e grande attenzione da parte dei volontari nella scelta del progetto.

Quest’ultimo punto rappresenta un aspetto prioritario: nonostante la mia esperienza, credo ancora che il volontariato abbia una valenza positiva, soprattutto se si è giovani, alle prime armi e desiderosi di inserirsi nell’ambito delle relazioni internazionali e dell’associazionismo. E’ necessario però che la scelta del progetto sia fatta con cura e che vi siano dei contatti diretti tra volontario e associazione ospitante al fine di approfondire i contenuti delle attività da svolgere. Non è sufficiente, infatti, visionare la scheda presente nel database SVE ma è d’obbligo raccogliere quante informazioni possibili, poiché ciò che è scritto spesso non corrisponde alle reali attività in cui sarà impegnato il volontario.

La mia strada lavorativa mi ha portato a tentare nuovamente l’esperienza SVE e, sebbene vi fossero le premesse per recuperare l’immagine un po’ sbiadita che ho del Programma, ho deciso infine, di percorrere altre vie.

Bitola ha rappresentato comunque un momento di formazione e di crescita individuale poiché mi ha permesso di affacciarmi al mondo del volontariato internazionale con maggior consapevolezza, conscia di quanto l’entusiasmo giovanile che ci accompagna, debba essere moderato dall’idea che molto spesso la realtà d’intervento non risulta in linea con le proprie aspettative.

Una Risposta a “SERVIZIO VOLONTARIATO EUROPEO IN MACEDONIA”

  1. lorenza Dice:

    vi ringrazio per aver pubblicato questo post.

Lascia un commento