Archivio per Maggio 2009

Un posto per leggere

Maggio 28, 2009

A cura di dariatinagli@gmail.com

QUELLA SOLITUDINE CHE CI SALVERA’

Sul numero 789 del settimanale Internazionale c’è un articolo di William Deresiewicz (critico letterario americano), dal titolo “The end of solitude” (la fine della solitudine) e tratto dal settimanale The Chronicle of Higher Education . E’ un pezzo pieno di idee e riflessioni: vi invito a cercarlo e a leggerlo, se non lo avete ancora fatto (all’Informagiovani di Padova è disponibile in consultazione).
Intanto ve lo racconto un po’, con qualche divagazione, come posso. Il percorso seguito dall’autore è molto articolato, questo l’ordine:
- l’io contemporaneo ha bisogno di essere visibile, farsi conoscere dal più ampio numero di persone possibile.
- l’io contemporaneo ha il terrore dell’anonimato.
- oggi viviamo soltanto in rapporto agli altri.
- la solitudine è scomparsa.
L’idea portante di questo discorso ampio mi pare sia spiegata bene in queste righe dell’autore: “Non siamo soltanto animali sociali. Ognuno di noi è anche separato dagli altri e solitario. Ognuno è un sé unico, misteriosamente racchiuso in questo sé”.
In ogni epoca passata la solitudine era importante. Nel romanticismo la solitudine era indispensabile per la formazione dell’io sociale di ogni individuo: senza di essa non c’era il sé. Nel modernismo la solitudine è meno generosa e più chiusa in sé, il mondo esterno è una minaccia per l’io mentre la solitudine lo protegge e lo nutre. Oggi la solitudine spaventa. Le tecnologie della comunicazione ci hanno dato la sensazione di una maggiore vicinanza tra le persone. Internet ha permesso comunicazioni costanti, continui scambi con chiunque.
“L’obiettivo ora è semplicemente farsi conoscere, diventare una specie di celebrità in miniatura. La visibilità garantisce la nostra autostima diventando il surrogato di una vera relazione. Fino a poco tempo fa era facile sentirsi soli. Oggi è impossibile”. Scrive Deresiewicz.
L’uso attuale della tecnologia, consentendo continui contatti con l’altro (chiunque altro) aiuta a costruire la propria identità attraverso l’esibizione di piccoli pezzetti di sé. Scrive ancora Deresiewicz: “I giovani di oggi hanno l’impressione di potersi far conoscere fino in fondo. Sembra che non abbiano il senso della loro profondità e di quanto sia importante tenerla nascosta”.
Pubblico in Internet le fotografie del mio ultimo week end in montagna. Scrivo sul mio stato in facebook che sto preparando i biscotti mentre canto “she loves you” dei Beatles. Scrivo che odio la pioggia di oggi. Scrivo che sono felice di aver incontrato la zia Clementina dal fornaio. Scrivo che mi sono dipinto le unghie di blu. Questi dettagli di me una volta condivisi contribuiscono a rendermi più interessante ai miei occhi e più vero: se gli altri mi vedono io esisto davvero.
La solitudine è così sconfitta, e io ho la sensazione immediata di esistere davvero attraverso gli occhi dei miei quattrocentotrentasette amici in facebook, i contatti ricevuti dal mio blog in un giorno, i commenti ottenuti col mio ultimo post su quanto mi piacciano le fragole con la panna.
Quando posto qualcosa sul mio blog o tra le note di facebook chiunque può subito commentarmi: è quello che voglio, infatti torno continuamente a guardare se qualcuno mi ha scritto. Piace ciò che ho detto? Qualcuno condivide ciò che ho scritto? Qualcun’altro invece mi condanna? Lo voglio sapere, immediatamente. Ma perché? Perché questo desiderio di approvazione continua? Perché non può bastarmi il mio stesso affetto per ciò che ho scritto? Io lo conosco davvero, magari lo cambierò, cambierò persino idea. Invece nel web ti esponi in tutto e per tutto, devi accettarne le regole.
E’ un chiacchiericcio continuo. I commenti spesso si riducono ad un bello/brutto o mi piace/non mi piace. Forse non a caso facebook ha da poco introdotto “i pollicini in su e in giù” per velocizzare consensi e dissensi: clicco e ho detto la mia, sono felice, a posto. Mi illudo che questo sia un grande discorso articolato, ma tanti “pollicini in su o in giù” non fanno mezza frase di senso compiuto, lo so. “Bisogna proteggersi dall’urto del consenso intellettuale e morale, soprattutto durante la gioventù”, scrive ancora Deresiewicz.
Allora Deresiewicz prova a suggerirci un’idea semplice eppure insolita: provare a stare da sé, almeno un po’, almeno ogni tanto. Forse, ci avverte, la nostra solitudine offenderà gli amici: “abbiamo fatto della cordialità, il sorriso tirato, l’interessamento cortese, l’invito fasullo, una virtù fondamentale. L’amicizia forse sta sfuggendo alla nostra presa, ma siamo universalmente amichevoli”.
Riscoprire l’ozio, il piacere di pensare, non dover giustificare un pensiero per noi già completo o che completeremo, quando ci andrà di farlo. Scoprire la propria profondità che va oltre ciò che si può dire in qualche riga accattivante.  Avere in sé la consapevolezza di ciò che si è, l’amore per ciò che si è.
Al novecentonovantanovesimo commento all’ultimo post non mi sentirò più compreso. E non mi sentirò meno solo al novecentonovantanovesimo amico aggiunto in facebook. E se sarà così bisognerà iniziare a preoccuparsene un po’.
Mi viene in mente Erri De Luca in “Non ora, non qui”, dice: “si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto. Si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le altre persone”.
Allora, se quello che scrive De Luca è vero, mi pare che oggi sia davvero difficile crescere, faticoso, un’impresa quasi impossibile. Ma è necessario provarci, a qualunque costo.

Il futuro di Simenon

Maggio 28, 2009

A cura di lorenza.sca@gmail.com

A vent’anni dalla sua morte si parla del celebre scrittore francese e del suo personaggio per eccellenza, il Commissario Maigret.
Simenon, bugiardo per superbia o per diletto? Molte sono le leggende che girano intorno al personaggio Simenon, e non si riesce a capire quali siano quelle fondate e quali invece quelle frutto della fantasia di qualcuno, anche dello stesso autore.  Per tutta la serata passata in compagnia del figlio di Simenon, John, Antonio De Benedetti, scrittore, Marco Bevilacqua, traduttore di alcuni romanzi del Commissario Maiget, Paolo di Paolo, curatore della rassegna “Lo scafale degli scrittori”, si ha l’impressione di essere dentro ad una storia, o meglio, di sentirsela raccontare. Georges Simenon è riuscito a creare intorno a sè un alone di curiosità che attrae le persone, affascina, interessa, e le tiene a parlare di lui per oltre un’ora. Più ci si avvicina alla sua conoscenza, più si vuole andare in profondità per svelare tutti i misteri che aleggiano attorno alla sua figura di scrittore.
Di Simenon si sanno molte cose, ma riuscire a capire, a distinguere quali siano quelle vere e quali quelle false non è facile. Come dice il suo traduttore Bevilacqua in merito alla scrittura, Simenon dissenimava trappole dappertutto, anche nella vita e nel rapporto con i giornalisti. Il figlio ci dice che Georges alla stessa domanda avrebbe risposto in maniera differente se si fosse trovato davanti a giornalisti di nazionalità diverse. Per esempio, in un video di un’intervista fatta da a Simenon Veccheitti, mostrato a inizio serata, Simenon dice che l’interprete di Maiget preferito, sullo schermo, era senz’altro Gino Cervi; sappiamo ora dal figlio che se il giornalista fosse stato francese avrebbe sicuramente risposto Jean Richard o Bruno Crémer.
Anche la velocità di scrittura è proverbiale. Viene raccontato un aneddoto sul tempo impiegato da Simenon per chiudere un libro: un giorno Alfred Hitchcock chiamò al telefono Geoges; rispose la segretaria che gli disse che non poteva rispondere perchè era occupato a scrivere uno dei suoi romanzi; Hitchcock disse “Aspetto in linea che finisca allora!”. Ci conferma il figlio, John Simenon, presente in sala, che la velocità di scrittura del padre non è una leggenda: veramente non impiegava più di una decina di giorni per scivere, in quanto se avesse impiegato più tempo, non gli sarebbero bastate le energie, non avrebbe resistito a tanto sforzo prolungato.
Altre leggende raccontano che tutto ciò la sua mente creasse, lui lo fermasse sulla carta con le matite, e che non le temperasse mai: le buttava appena consumata la prima punta e ricominciava con una nuova. Per scaramanzia pare scrivesse gli appunti per i nuovi romanzi su delle grandi buste gialle, sempre a matita, all’interno delle quali poi metteva tutto il materiale raccolto per la realizzazione del romanzo, per l’ideazione dei personaggi, per la creazione dei luoghi. La sua mitica pipa d’oro non lo lasciava mai: le molte immagini che ci rimangono lo ritraggono sempre accompagnato da quest’oggetto quasi di culto. Sapeva cucinare e apprezzava la buona cucina: da qui forse la scelta di fare di Maigret un buongustaio, capace di apprezzare i manicaretti preparati dalla moglie, che gli ospiti della serata prontamente elencano, stimolando un certo appetito tra il pubblico.
A inizio serata, una registrazione del ‘63 aveva mostrato un’intervista di Georges Simenon, fatta da Vecchietti, nella quale l’autore e inventore del personaggio del Maigret spiegava, mimando, come il Commissario avrebbe condotto dal vivo gli interrogatori “a ritornello” che vengono descritti nei suoi libri. Si vede che si alza, pone delle domande al giornalista, fa finta di ricevere delle risposte, mima in tutto e per tutto quello che avrebbe fatto e che avrebbe detto il Commissario. Gli ha dato vita non solo sulle pagine dei suoi libri, ma in quell’occasione gli ha dato anche una voce, un corpo, dei movimenti. E sembra di vedere Maiget proprio lì. E’ incredibile come il personaggio di un libro appartenga così tanto al suo autore, e ci assomigli pure: entrambi con il farfallino, entrambi con la pipa sempre accesa in mano, e chissà quante altre similitudini, leggendo tutti i libri, verrebbero a galla.

Un posto per leggere

Maggio 12, 2009

a cura di dariatinagli@gmail.com

Titolo: Revolutionary road

Autore: Richard Yates

Traduttore: Alessandra Dell’Orto

Edizione: Minimum fax

Anno di pubblicazione: USA 1961;

Bompiani 1964; Minimum fax 2003

Numero di pagine: 405

Prezzo di copertina: 11,50 euro

Note: libro finalista al National Book Award (1961)

Estate 1955, Connecticut occidentale, zona residenziale di Revolutionary Hill. La giovane famiglia Wheeler vive in una graziosa villetta in Revolutionary Road. Frank, ogni giorno, prende il treno per raggiungere New York e il suo lavoro (“il lavoro più cretino che si possa immaginare”, dice). April, ogni giorno, se ne sta a casa a cucinare e badare ai due figli che giocano in giardino.

Potrebbe essere un’estate come tante, potrebbe essere una famiglia felice, a suo modo. Invece non è così. Proprio l’insistente desiderio di felicità, forse, non permette a questa famiglia di essere felice, insieme alla consapevolezza di ciò che è e alla volontà di essere altro.

Questo romanzo è la fotografia di un tentativo fallito di rivoluzione. Le illusioni che aiutano a vivere sorridendo si infrangono durante questa lunga estate. Parigi promette una vita nuova, briosa e piena di entusiasmi: è lì, un pensiero indefinito pronto ad accogliere i Wheeler e i loro sogni di felicità, la loro voglia di ricominciare. Ma questa estate a Revolutionary Hill sarà troppo crudele e la vita dei Wheeler non sarà più la stessa: né quella sopportata con fatica finora né quella desiderata intensamente da sempre.

La forza di questo romanzo sono le parole e la loro apparente semplicità, tanto sono fluide e naturali. La sua grandezza sta nella descrizione netta delle dinamiche umane, delle relazioni tra persone diverse. Yates crea e ci offre un mondo che non può consolarci, eppure ci emoziona a tal punto da non poterne fare a meno. Il suo sguardo è puro: non c’è ironia né compassione. C’è, sempre, il rispetto verso i personaggi narrati e verso noi lettori. Ecco perché non si può non amare ciò che scrive.

Yates è stato un grande scrittore, molto amato dagli altri scrittori (Carver lo indicava come suo maestro) ma non altrettanto noto al grande pubblico. Diceva che non voleva essere famoso, desiderava soltanto essere letto: ecco il regalo che possiamo fargli oggi.

Dopo l’uscita dell’omonimo film di Sam Mendes è probabile che questo e gli altri libri di Yates conoscano una nuova diffusione anche tra i lettori italiani.

Bel film, Revolutionary road: Leonardo Di Caprio del tutto diverso dal belloccio che faceva strepitare le ragazzine in Titanic, e bravo. La Winslet intensa e disperata. I dialoghi perfetti e fedeli al libro. E tutto ambientato in una scenografia anni cinquanta davvero impeccabile.

Eppure, uscendo dalla sala, non sono riuscita a reprimere questa ridicola banalità: “bello il film, ma il libro mi è piaciuto di più”.

Ad ogni modo, che abbiate visto il film oppure no, che vi sia piaciuto o lo abbiate stroncato con fierezza, non perdetevi la forza e la bravura di questo grande scrittore.

“Revolutionary road guarda dritto verso di noi con sguardo smaliziato e ammonitore, e ci invita a fare attenzione, a stare all’erta, a badare bene, e a vivere la vita come se avesse importanza quello che facciamo, poiché fare di meno mette in pericolo tutto quanto”.

(Dall’introduzione, a cura di Richard Ford).

L’inviata allo scaffale degli scrittori

Maggio 11, 2009

A cura di lorenza.sca@gmail.com

Mo, un racconto vivente

Presentazione del libro Ma nemmeno malinconia. Storia di una vita randagia (Rizzoli 2007), all’interno del ciclo di incontri con l’autore “Lo Scaffale degli scrittori – Il futuro ha un cuore antico”, organizzato dal comune di Padova, Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo.

Trattare dell’incontro con Ettore Mo mi riesce difficile poichè trasporre su carta un racconto “vivente” è impresa alquanto complessa. Mo è esso stesso un racconto, un libro, un articolo; è una fonte inesauribile di aneddoti, di storie di vita, di esperienze straordinarie.

Inizia l’esposizione come farebbe un nonno con i nipoti, divaga, presenta un susseguirsi disordinato ma avvincente di storie di vita vissuta. Ci parla di come gli sia venuta l’ispirazione e il desiderio di fare il giornalista: proprio qui a Padova lesse divorandolo un libro di Goffredo Parise, e questa lettura gli fece venire in mente (fortunatamente per noi lettori) di voler fare lo scrittore da grande. Realizzò ben presto che fare lo scrittore non gli avrebbe garantito mai uno stipendio fisso; decise allora che la soluzione migliore, per conciliare il proprio desiderio di scrittura e la sopravvivenza, sarebbe stata fare il giornalista. Ma, si sa, all’inizio non è mai facile, e ci si deve adattare a fare ogni tipo di lavoro. Niente di più vero nel suo caso: il curriculum dei suoi primi anni di lavoratore è quanto mai vario e originale. In ordine sparso i lavori che affronta sono: il minatore in Francia e Belgio (nonostante si ricordasse una frase del padre che lo ammoniva a fare tutti i lavori del mondo tranne quello del minatore, considerato a ragione il peggiore lavoro che esistesse), il cameriere di nuovo in Francia, il cantante in Svezia, l’insegnante di francese in Spagna, ma si ritrova anche a Londra per imparare la lingua. Qui chiederà a Piero Ottone, al quale durante la serata fa simpaticamente il verso per il suo singolare modo di parlare, la possibilità di un lavoro e così eccolo a scrivere nella sede inglese del Corriere della Sera. Da qui la strada professionale prosegue nella direzione di Roma e Milano, scrivendo prima di musica e teatro, sua passione, poi sull’Afganistan, da inviato a Teheran, nel periodo della Rivoluzione Khomeinista, dove si guadagnerà l’epiteto di “Ettore l’afgano”.

Confessa che in realtà la sua prima aspirazione era quella di fare il cantante lirico, professione per la quale aveva anche preso per un certo periodo lezioni private: lui stesso sorride nel ricordare quando gli è stato fatto capire che quello non sarebbe mai diventato il lavoro della sua vita, che avrebbe fatto meglio a rimanere nel sentiero del giornalismo. Racconta ogni avvenimento, incontro, paese che ha attraversato, con ironia, arricchendo il tutto di particolari, facendo annusare allo spettatore la stessa aria respirata da lui a suo tempo, facendo percepire la stessa intensità delle parole sentite dai personaggi più vari.

L’impressione dopo le due ore passate in compagnia di Ettore Mo è quella di aver conosciuto un signore piacevolmente dedito a raccontare le sue mille storie, un uomo dallo spontaneo senso dell’umorismo. Scherza sul “coccodrillo” fatto nella presentazione da Paolo di Paolo (che ha certe difficoltà a rivolgersi a lui dandogli del tu); risponde con entusiasmo alle domande del pubblico e alle richieste di ulteriori resoconti e testimonianze sulle persone che ha avuto modo di incontrare nella sua vita professionale; scherza sul fatto di non voler risultare tropppo noioso nelle sue storie, ma spiega che si dilunga così perchè si sente “in famiglia”. Anch’io vorrei crescere così: con tante cose da dire, tante esperienze da condividere.