Un posto per leggere

By pgpadova

A cura di dariatinagli@gmail.com

QUELLA SOLITUDINE CHE CI SALVERA’

Sul numero 789 del settimanale Internazionale c’è un articolo di William Deresiewicz (critico letterario americano), dal titolo “The end of solitude” (la fine della solitudine) e tratto dal settimanale The Chronicle of Higher Education . E’ un pezzo pieno di idee e riflessioni: vi invito a cercarlo e a leggerlo, se non lo avete ancora fatto (all’Informagiovani di Padova è disponibile in consultazione).
Intanto ve lo racconto un po’, con qualche divagazione, come posso. Il percorso seguito dall’autore è molto articolato, questo l’ordine:
- l’io contemporaneo ha bisogno di essere visibile, farsi conoscere dal più ampio numero di persone possibile.
- l’io contemporaneo ha il terrore dell’anonimato.
- oggi viviamo soltanto in rapporto agli altri.
- la solitudine è scomparsa.
L’idea portante di questo discorso ampio mi pare sia spiegata bene in queste righe dell’autore: “Non siamo soltanto animali sociali. Ognuno di noi è anche separato dagli altri e solitario. Ognuno è un sé unico, misteriosamente racchiuso in questo sé”.
In ogni epoca passata la solitudine era importante. Nel romanticismo la solitudine era indispensabile per la formazione dell’io sociale di ogni individuo: senza di essa non c’era il sé. Nel modernismo la solitudine è meno generosa e più chiusa in sé, il mondo esterno è una minaccia per l’io mentre la solitudine lo protegge e lo nutre. Oggi la solitudine spaventa. Le tecnologie della comunicazione ci hanno dato la sensazione di una maggiore vicinanza tra le persone. Internet ha permesso comunicazioni costanti, continui scambi con chiunque.
“L’obiettivo ora è semplicemente farsi conoscere, diventare una specie di celebrità in miniatura. La visibilità garantisce la nostra autostima diventando il surrogato di una vera relazione. Fino a poco tempo fa era facile sentirsi soli. Oggi è impossibile”. Scrive Deresiewicz.
L’uso attuale della tecnologia, consentendo continui contatti con l’altro (chiunque altro) aiuta a costruire la propria identità attraverso l’esibizione di piccoli pezzetti di sé. Scrive ancora Deresiewicz: “I giovani di oggi hanno l’impressione di potersi far conoscere fino in fondo. Sembra che non abbiano il senso della loro profondità e di quanto sia importante tenerla nascosta”.
Pubblico in Internet le fotografie del mio ultimo week end in montagna. Scrivo sul mio stato in facebook che sto preparando i biscotti mentre canto “she loves you” dei Beatles. Scrivo che odio la pioggia di oggi. Scrivo che sono felice di aver incontrato la zia Clementina dal fornaio. Scrivo che mi sono dipinto le unghie di blu. Questi dettagli di me una volta condivisi contribuiscono a rendermi più interessante ai miei occhi e più vero: se gli altri mi vedono io esisto davvero.
La solitudine è così sconfitta, e io ho la sensazione immediata di esistere davvero attraverso gli occhi dei miei quattrocentotrentasette amici in facebook, i contatti ricevuti dal mio blog in un giorno, i commenti ottenuti col mio ultimo post su quanto mi piacciano le fragole con la panna.
Quando posto qualcosa sul mio blog o tra le note di facebook chiunque può subito commentarmi: è quello che voglio, infatti torno continuamente a guardare se qualcuno mi ha scritto. Piace ciò che ho detto? Qualcuno condivide ciò che ho scritto? Qualcun’altro invece mi condanna? Lo voglio sapere, immediatamente. Ma perché? Perché questo desiderio di approvazione continua? Perché non può bastarmi il mio stesso affetto per ciò che ho scritto? Io lo conosco davvero, magari lo cambierò, cambierò persino idea. Invece nel web ti esponi in tutto e per tutto, devi accettarne le regole.
E’ un chiacchiericcio continuo. I commenti spesso si riducono ad un bello/brutto o mi piace/non mi piace. Forse non a caso facebook ha da poco introdotto “i pollicini in su e in giù” per velocizzare consensi e dissensi: clicco e ho detto la mia, sono felice, a posto. Mi illudo che questo sia un grande discorso articolato, ma tanti “pollicini in su o in giù” non fanno mezza frase di senso compiuto, lo so. “Bisogna proteggersi dall’urto del consenso intellettuale e morale, soprattutto durante la gioventù”, scrive ancora Deresiewicz.
Allora Deresiewicz prova a suggerirci un’idea semplice eppure insolita: provare a stare da sé, almeno un po’, almeno ogni tanto. Forse, ci avverte, la nostra solitudine offenderà gli amici: “abbiamo fatto della cordialità, il sorriso tirato, l’interessamento cortese, l’invito fasullo, una virtù fondamentale. L’amicizia forse sta sfuggendo alla nostra presa, ma siamo universalmente amichevoli”.
Riscoprire l’ozio, il piacere di pensare, non dover giustificare un pensiero per noi già completo o che completeremo, quando ci andrà di farlo. Scoprire la propria profondità che va oltre ciò che si può dire in qualche riga accattivante.  Avere in sé la consapevolezza di ciò che si è, l’amore per ciò che si è.
Al novecentonovantanovesimo commento all’ultimo post non mi sentirò più compreso. E non mi sentirò meno solo al novecentonovantanovesimo amico aggiunto in facebook. E se sarà così bisognerà iniziare a preoccuparsene un po’.
Mi viene in mente Erri De Luca in “Non ora, non qui”, dice: “si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto. Si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le altre persone”.
Allora, se quello che scrive De Luca è vero, mi pare che oggi sia davvero difficile crescere, faticoso, un’impresa quasi impossibile. Ma è necessario provarci, a qualunque costo.

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