Intervista a Miguel Gotor

Miguel GotorMiguel Gotor, collaboratore de Il Sole 24 ore, ricercatore di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Torino e curatore del libro Aldo Moro, lettere dalla prigionia (Einaudi 2008), il 26 marzo ha proposto ai ragazzi del Liceo Marchesi-Fusinato un’attenta analisi delle cause che hanno portato al terrorismo di destra e di sinistra in Italia negli anni ’70. Il suo contributo fa parte del ciclo di incontri organizzati dalle Politiche Giovanili del Comune di Padova in collaborazione con Progetto Giovani in vista del 9 maggio, Giornata della memoria delle vittime del terrorismo. L’intervista è stata realizzata da Elisa, volontaria del Servizio Civile Nazionale a Progetto Giovani.

Elisa: Da quando sono piccola mi assilla questa domanda e ne approfitto oggi che ho uno storico: davanti: perchè la storia a scuola s’insegna fino al ’45?

MG: Mah..personalmente penso sia giusto. Non sono così d’accordo con la tendenza che negli ultimi dieci, quindici anni è stata molto invadente, ovvero che l’unica storia possibile da studiare debba essere contemporanea. Penso invece che il sapere storico acquisti una sua dimensione più profonda e autentica se inserito in una dimensione più laica.

Certamente molti giudizi non si sono sedimentati su elementi tanto recenti, quindi se la storia deve essere insegnata a degli studenti ed è solo passione e ideologia rischia di diventare solo una sorta di convincimento. Molte cose non hanno ancora una dimensione di giudizio.

Elisa: Ancora molti hanno un ideale romantico di quella che è stata la lotta armata. Mi sembra di aver notato nei suoi articoli una sorta di critica verso alcuni suoi colleghi storici, alcuni li definisce “dietrologi”, altri “spiegazionisti ad oltranza”. Il non avere una memoria storica condivisa è ricorrente in molti misteri d’Italia. Il problema è del tutto italiano? A che cosa è legato, secondo lei?

MG: E’ un problema non solo italiano…E’ un problema generale. La richiesta di una memoria condivisa è una sorta di parola d’ordine che viene prevalentemente dal mondo politico e istituzionale.

Secondo me c’è un problema di fondo, che in realtà è un errore. Si sovrappone il concetto di memoria con quello di storia. L’idea che la storia sia la memoria di una comunità. Non è così. La memoria è solo uno degli aspetti, per quanto importante, che formano il sapere e il discorso storico.

Dal mio punto di vista rovescerei questa impostazione. E’ normale, comprensibile, arrivo quasi a dire moralmente giusto che le memorie di una comunità siano divise e autonome. Si devono avere delle memorie il più possibile libere di manifestare sé stesse e in questa libertà devono essere capaci di confluire in una condivisione di giudizio storico.

Elisa: Sul caso Moro lei ha dichiarato che “non esiste altro argomento come questo in grado di creare polemiche tanto laceranti. C’è una dittatura della testimonianza, da un lato la strategia della tensione da parte di alcune testate giornalistiche negli anni ’70, da un altro la versione dei brigatisti adesso, da un altro ancora un’opinione pubblica che tacitamente appoggiava l’attività delle Br”. Perché si è dovuto aspettare che figli, fratelli e parenti delle vittime creassero una letteratura alternativa e non si è fatto prima?

MG: Io non credo che su questo tema siamo in ritardo. C’è stato certamente uno squilibrio, ma il nostro Presidente della Repubblica Napolitano e il precedente Ciampi si sono impegnati perché fosse riconosciuto uno spazio e una voce anche per le vittime della violenza terroristica.

Abbiamo dovuto aspettare che i figli delle vittime, che spesso erano tragicamente giovani, crescessero e avessero la possibilità di prendere una penna in mano e di raccontare dal loro punto di vista la vicenda che avevano subito. Penso al libro di Mario Calabresi (“Spingendo la notte più in là”, NdR), o più recentemente al libro di Benedetta Tobagi (“Come mi batte forte il tuo cuore”, NdR)…

C’è anche un aspetto biologico…Sono entrambi cresciuti e hanno scritto due libri molto belli e intensi. Questo sforzo politico e istituzionale di immettere una “buona memoria” dentro l’uso pubblico di questi avvenimenti credo sia una scelta e un progetto notevole sul piano civile e sta vincendo lo squilibrio che certo c’era.

Elisa: Nel suo intervento lei ha parlato di quattro attori coinvolti nelle vicende che porteranno al terrorismo, ossia i reazionari, i conservatori, i rivoluzionari e i riformisti. Perché i brigatisti sceglievano proprio i riformisti?

MG: Ho cercato di spiegare come lo scontro e la tensione feroce che vi era tra quanti avevano un progetto di sovversione rivoluzionaria e i reazionari, ossia quelli che non si limitano a conservare il loro stato e condizione ma vogliono che questi ritornino indietro, siano andati a costituire una delle cause, forse la principale, che ho prodotto il terrorismo in Italia. Per quanto riguarda il terrorismo di sinistra, il constatare che i riformisti siano stati le principali vittime di quell’azione ci deve portare a ritenere che l’intimidazione e l’eliminazione dei essa era il meccanismo per la radicalizzazione del conflitto tra reazionari e rivoluzionari. I riformisti si trovavano tra chi lavorava nei giornali, penso a Tobagi; nella magistratura, penso a Galli, Alessandrini, Tartaglione; nelle istituzioni e nella politica, e penso alle figure di Bachelet e Moro; nelle università, Ruffilli ad esempio.

Tutti impegnati in uno sforzo che tendeva a migliorare le condizioni.

Elisa: Alcuni giornali in quest’ultimo periodo hanno anche parlato di un ritorno agli anni di piombo. E’ d’accordo o in disaccordo con quest’affermazione?

MG: Assolutamente in disaccordo. Non ci sono le condizioni di carattere sociale, politico e ideologico che hanno provocato quel fenomeno. Ci può essere un ritorno alla violenza politica, alla radicalizzazione…ma gli anni di piombo sono un fenomeno che si inserisce in un preciso processo storico. La storia non si ripete mai ugualmente, è sempre diversa.

Elisa: Cosa ha portato il sopravvento della vicenda umana alla parole di Moro?

MG: Certamente una serie di dibattiti che hanno riguardato quell’esperienza hanno impedito di ricordare la figura di Moro e poi c’era il problema sulla ricerca storica che quei 55 giorni di detenzione impedivano una ricostruzione della vicenda storica da una lato e anche la ricostruzione della sua figura. Mi è sembrato utile che fosse importante partire per la prima volta da uno studio dei documenti e fonti che aveva prodotto nel corso del sequestro. Si tratta delle lettere dalla prigionia da una parte e e da un’altra di un testo, chiamato “Memoriale”, che Moro dedicò a una riflessione sull’Italia repubblicana dagli anni ’40 ai mesi precedenti la sua morte.

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