Archivio per la categoria ‘Recensioni di libri’

L’inviata allo scaffale degli scrittori

Settembre 22, 2009

a cura di Lorenza

Esiste l’Italia?

Presentazione dell’inchiesta di Ivo Diamanti sul tema “L’Italia secondo gli italiani”, nell’ultimo numero della rivista di geopolitica Limes, diretta da Lucio Caracciolo.

Diamanti e i suoi collaboratori hanno realizzato per la rivista Limes una radiografia dell’Italia, o meglio degli italiani. (continua…)

L’inviata allo scaffale degli scrittori

Agosto 5, 2009

a cura di Lorenza


Tanto più è particolare, tanto più è universale

Presentazione del libro di Daria Bignardi, uscito per Mondadori quest’anno, Non vi Lascerò orfani.

Con la guida di Paolo di Paolo, scopriamo il mondo della giornalista, autrice, intervistatrice più schietta della tv, Daria Bignardi. Lei ci apre le porte di casa sua e della sua famiglia, ci parla apertamente, con naturalezza, facendo tornare alla mente i comportamenti di tutta la sua famiglia, rivisitando i luoghi cari a sua mamma, citando con il giusto accento e intonazione le tipiche frasi di suo padre. E per un po’ ci sembra quasi di non avere di fronte quella persona che mette al muro gli intervistati in tv, o che scrive brillante e pungente sulla carta stampata, ma una donna che racconta un pò di se stessa e della sua vita. (continua…)

Un posto per leggere

Agosto 5, 2009

a cura di Daria Tinagli

Titolo: Prima di sparire

Autore: Mauro Covacich

Editore: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2007

Numero di pagine: 277

Prezzo di copertina: 16 euro.

I frammenti di un romanzo che sognavo di scrivere giacevano inerti sotto il peso delle cose che mi erano successe negli ultimi diciotto mesi, forse dovevo provare a raccontare quelle. Così ho cominciato. Il motto che avevo in mente era: questi fatti esistono, queste persone esistono, io esisto”.

Ecco cosa dice Mauro Covacich del suo romanzo. E ancora, nell’intervista di Claudia Bonadonna, si legge: “Ho cominciato a scrivere come se fosse un interrogatorio: io ero il giudice e l’imputato. Volevo che non fosse un semplice romanzo ma un’opera di verità. Viviamo affogati nella finzione, ogni cosa viene raccontata in questa forma, da quella più seria alla più banale. Invece bisogna fare un passo indietro e tornare al disagio che provoca la verità. Anche per chi scrive”.

Ottime intenzioni: dire la verità. Obiettivo raggiunto, se l’obiettivo era quello di mettere a disagio raccontando la propria verità. Eppure. Eppure c’è qualcosa che non regge.

Il risultato dell’esperimento è una specie di cronaca di questi diciotto mesi. La storia in sé è banale: lui lascia la moglie (per la quale prova ancora qualcosa) per un’altra (per la quale prova qualcos’altro: quello che non prova più per la moglie). La novità che non è nella trama è nella scrittura, nella scelta stilistica, nella cronaca serrata e spietata.

E’ difficile parlare di questo libro. E’ difficile perché non vorrei sparare a zero sull’autore che è uno bravo, sa quello che dice e scrive e allora mi ripeto che un motivo ci sarà, vero e profondo, se ha scritto questo libro. Non voglio analizzare se sia eticamente o moralmente giusto averlo scritto e pubblicato, cosa che, tra l’altro, non faccio con molti libri che meriterebbero forse una riflessione del genere, ma è una riflessione per me noiosa e complicata e allora lascio perdere. Mi accorgo che posso parlare solo di quello che ho vissuto e provato io leggendo il libro, cercando di vederla sia come vita vissuta sia come pura invenzione, perché ancora non ho capito quale sia il punto di vista giusto.

Fin dalla prima pagina il lettore si immerge in questi racconti pieni di dettagli visti da vicino, quasi da dentro, sembrerebbe. L’accanimento nei dettagli, la volontà di sviscerare tutto, di guardare da dentro, senza filtri né interpretazioni né pietà, percorre tutto il romanzo.

Pagina dopo pagina pare quasi di spiare i tre poveri protagonisti, loro malgrado. Veniamo portati per mano a guardare la loro quotidianità, i loro segreti, i messaggi sul cellulare, i comportamenti vergognosi se visti da fuori. Eppure quello che arriva al lettore non è una sensazione di vicinanza, non è empatia né comprensione, neppure tenerezza. Questo coinvolgimento impudico del lettore non lo aiuta a vedere la verità tanto cercata con i propri occhi, non lo aiuta a capire né sentire. Chi legge si scopre a provare molta lontananza da tutti i protagonisti del romanzo, la stessa lontananza che, nonostante tutto, c’è tra ognuno di loro.

Ecco di cosa parla il libro, parla di quanto sia difficile essere davvero vicini a qualcuno, amare davvero qualcuno. Parla della solitudine forse, se proprio deve parlare di qualcosa. Non è vero che parla dell’abbandono e della passione, come suggerisce la quarta di copertina. In questo libro si parla di solitudine e lontananza.

Lontano e ostile lui. Lontana e inutile Susanna, l’amante. Susanna e il suo linguaggio insostenibile da leggere, figuriamoci ascoltarlo quale sofferenza debba essere, ma questo è. Pare che lui la ami così: ama i suoi “perké”, i suoi “kasini”, i suoi “tvtb”, i suoi puntini di sospensione, le smorfiette da adolescente e le codine sulla sua faccia di trentottenne. Lontana pure Anna, la moglie: eterea, magra e pallida. Troppo buona, troppo ingenua, troppo comprensiva e generosa. Viene da scuoterla, dirle di essere se stessa e non lo stereotipo della donna-madonna.

I personaggi sono macchiette. Nulla di più. La storia, al di là dell’apparente desiderio di andare alla profondità delle cose con questo senso di logoramento perenne, resta in superficie.

Allora mi chiedo: cosa resta, in fondo, di un libro così. Resta poco al lettore. Resta qualcosa, forse, ai suoi poveri protagonisti, un po’ la sorte che capita a tanti diari e appunti sparsi e dimenticati nei cassetti, nelle stanze, nei nostri appartamenti.

Un posto per leggere

Maggio 28, 2009

A cura di dariatinagli@gmail.com

QUELLA SOLITUDINE CHE CI SALVERA’

Sul numero 789 del settimanale Internazionale c’è un articolo di William Deresiewicz (critico letterario americano), dal titolo “The end of solitude” (la fine della solitudine) e tratto dal settimanale The Chronicle of Higher Education . E’ un pezzo pieno di idee e riflessioni: vi invito a cercarlo e a leggerlo, se non lo avete ancora fatto (all’Informagiovani di Padova è disponibile in consultazione).
Intanto ve lo racconto un po’, con qualche divagazione, come posso. Il percorso seguito dall’autore è molto articolato, questo l’ordine:
- l’io contemporaneo ha bisogno di essere visibile, farsi conoscere dal più ampio numero di persone possibile.
- l’io contemporaneo ha il terrore dell’anonimato.
- oggi viviamo soltanto in rapporto agli altri.
- la solitudine è scomparsa.
L’idea portante di questo discorso ampio mi pare sia spiegata bene in queste righe dell’autore: “Non siamo soltanto animali sociali. Ognuno di noi è anche separato dagli altri e solitario. Ognuno è un sé unico, misteriosamente racchiuso in questo sé”.
In ogni epoca passata la solitudine era importante. Nel romanticismo la solitudine era indispensabile per la formazione dell’io sociale di ogni individuo: senza di essa non c’era il sé. Nel modernismo la solitudine è meno generosa e più chiusa in sé, il mondo esterno è una minaccia per l’io mentre la solitudine lo protegge e lo nutre. Oggi la solitudine spaventa. Le tecnologie della comunicazione ci hanno dato la sensazione di una maggiore vicinanza tra le persone. Internet ha permesso comunicazioni costanti, continui scambi con chiunque.
“L’obiettivo ora è semplicemente farsi conoscere, diventare una specie di celebrità in miniatura. La visibilità garantisce la nostra autostima diventando il surrogato di una vera relazione. Fino a poco tempo fa era facile sentirsi soli. Oggi è impossibile”. Scrive Deresiewicz.
L’uso attuale della tecnologia, consentendo continui contatti con l’altro (chiunque altro) aiuta a costruire la propria identità attraverso l’esibizione di piccoli pezzetti di sé. Scrive ancora Deresiewicz: “I giovani di oggi hanno l’impressione di potersi far conoscere fino in fondo. Sembra che non abbiano il senso della loro profondità e di quanto sia importante tenerla nascosta”.
Pubblico in Internet le fotografie del mio ultimo week end in montagna. Scrivo sul mio stato in facebook che sto preparando i biscotti mentre canto “she loves you” dei Beatles. Scrivo che odio la pioggia di oggi. Scrivo che sono felice di aver incontrato la zia Clementina dal fornaio. Scrivo che mi sono dipinto le unghie di blu. Questi dettagli di me una volta condivisi contribuiscono a rendermi più interessante ai miei occhi e più vero: se gli altri mi vedono io esisto davvero.
La solitudine è così sconfitta, e io ho la sensazione immediata di esistere davvero attraverso gli occhi dei miei quattrocentotrentasette amici in facebook, i contatti ricevuti dal mio blog in un giorno, i commenti ottenuti col mio ultimo post su quanto mi piacciano le fragole con la panna.
Quando posto qualcosa sul mio blog o tra le note di facebook chiunque può subito commentarmi: è quello che voglio, infatti torno continuamente a guardare se qualcuno mi ha scritto. Piace ciò che ho detto? Qualcuno condivide ciò che ho scritto? Qualcun’altro invece mi condanna? Lo voglio sapere, immediatamente. Ma perché? Perché questo desiderio di approvazione continua? Perché non può bastarmi il mio stesso affetto per ciò che ho scritto? Io lo conosco davvero, magari lo cambierò, cambierò persino idea. Invece nel web ti esponi in tutto e per tutto, devi accettarne le regole.
E’ un chiacchiericcio continuo. I commenti spesso si riducono ad un bello/brutto o mi piace/non mi piace. Forse non a caso facebook ha da poco introdotto “i pollicini in su e in giù” per velocizzare consensi e dissensi: clicco e ho detto la mia, sono felice, a posto. Mi illudo che questo sia un grande discorso articolato, ma tanti “pollicini in su o in giù” non fanno mezza frase di senso compiuto, lo so. “Bisogna proteggersi dall’urto del consenso intellettuale e morale, soprattutto durante la gioventù”, scrive ancora Deresiewicz.
Allora Deresiewicz prova a suggerirci un’idea semplice eppure insolita: provare a stare da sé, almeno un po’, almeno ogni tanto. Forse, ci avverte, la nostra solitudine offenderà gli amici: “abbiamo fatto della cordialità, il sorriso tirato, l’interessamento cortese, l’invito fasullo, una virtù fondamentale. L’amicizia forse sta sfuggendo alla nostra presa, ma siamo universalmente amichevoli”.
Riscoprire l’ozio, il piacere di pensare, non dover giustificare un pensiero per noi già completo o che completeremo, quando ci andrà di farlo. Scoprire la propria profondità che va oltre ciò che si può dire in qualche riga accattivante.  Avere in sé la consapevolezza di ciò che si è, l’amore per ciò che si è.
Al novecentonovantanovesimo commento all’ultimo post non mi sentirò più compreso. E non mi sentirò meno solo al novecentonovantanovesimo amico aggiunto in facebook. E se sarà così bisognerà iniziare a preoccuparsene un po’.
Mi viene in mente Erri De Luca in “Non ora, non qui”, dice: “si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto. Si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le altre persone”.
Allora, se quello che scrive De Luca è vero, mi pare che oggi sia davvero difficile crescere, faticoso, un’impresa quasi impossibile. Ma è necessario provarci, a qualunque costo.

Il futuro di Simenon

Maggio 28, 2009

A cura di lorenza.sca@gmail.com

A vent’anni dalla sua morte si parla del celebre scrittore francese e del suo personaggio per eccellenza, il Commissario Maigret.
Simenon, bugiardo per superbia o per diletto? Molte sono le leggende che girano intorno al personaggio Simenon, e non si riesce a capire quali siano quelle fondate e quali invece quelle frutto della fantasia di qualcuno, anche dello stesso autore.  Per tutta la serata passata in compagnia del figlio di Simenon, John, Antonio De Benedetti, scrittore, Marco Bevilacqua, traduttore di alcuni romanzi del Commissario Maiget, Paolo di Paolo, curatore della rassegna “Lo scafale degli scrittori”, si ha l’impressione di essere dentro ad una storia, o meglio, di sentirsela raccontare. Georges Simenon è riuscito a creare intorno a sè un alone di curiosità che attrae le persone, affascina, interessa, e le tiene a parlare di lui per oltre un’ora. Più ci si avvicina alla sua conoscenza, più si vuole andare in profondità per svelare tutti i misteri che aleggiano attorno alla sua figura di scrittore.
Di Simenon si sanno molte cose, ma riuscire a capire, a distinguere quali siano quelle vere e quali quelle false non è facile. Come dice il suo traduttore Bevilacqua in merito alla scrittura, Simenon dissenimava trappole dappertutto, anche nella vita e nel rapporto con i giornalisti. Il figlio ci dice che Georges alla stessa domanda avrebbe risposto in maniera differente se si fosse trovato davanti a giornalisti di nazionalità diverse. Per esempio, in un video di un’intervista fatta da a Simenon Veccheitti, mostrato a inizio serata, Simenon dice che l’interprete di Maiget preferito, sullo schermo, era senz’altro Gino Cervi; sappiamo ora dal figlio che se il giornalista fosse stato francese avrebbe sicuramente risposto Jean Richard o Bruno Crémer.
Anche la velocità di scrittura è proverbiale. Viene raccontato un aneddoto sul tempo impiegato da Simenon per chiudere un libro: un giorno Alfred Hitchcock chiamò al telefono Geoges; rispose la segretaria che gli disse che non poteva rispondere perchè era occupato a scrivere uno dei suoi romanzi; Hitchcock disse “Aspetto in linea che finisca allora!”. Ci conferma il figlio, John Simenon, presente in sala, che la velocità di scrittura del padre non è una leggenda: veramente non impiegava più di una decina di giorni per scivere, in quanto se avesse impiegato più tempo, non gli sarebbero bastate le energie, non avrebbe resistito a tanto sforzo prolungato.
Altre leggende raccontano che tutto ciò la sua mente creasse, lui lo fermasse sulla carta con le matite, e che non le temperasse mai: le buttava appena consumata la prima punta e ricominciava con una nuova. Per scaramanzia pare scrivesse gli appunti per i nuovi romanzi su delle grandi buste gialle, sempre a matita, all’interno delle quali poi metteva tutto il materiale raccolto per la realizzazione del romanzo, per l’ideazione dei personaggi, per la creazione dei luoghi. La sua mitica pipa d’oro non lo lasciava mai: le molte immagini che ci rimangono lo ritraggono sempre accompagnato da quest’oggetto quasi di culto. Sapeva cucinare e apprezzava la buona cucina: da qui forse la scelta di fare di Maigret un buongustaio, capace di apprezzare i manicaretti preparati dalla moglie, che gli ospiti della serata prontamente elencano, stimolando un certo appetito tra il pubblico.
A inizio serata, una registrazione del ‘63 aveva mostrato un’intervista di Georges Simenon, fatta da Vecchietti, nella quale l’autore e inventore del personaggio del Maigret spiegava, mimando, come il Commissario avrebbe condotto dal vivo gli interrogatori “a ritornello” che vengono descritti nei suoi libri. Si vede che si alza, pone delle domande al giornalista, fa finta di ricevere delle risposte, mima in tutto e per tutto quello che avrebbe fatto e che avrebbe detto il Commissario. Gli ha dato vita non solo sulle pagine dei suoi libri, ma in quell’occasione gli ha dato anche una voce, un corpo, dei movimenti. E sembra di vedere Maiget proprio lì. E’ incredibile come il personaggio di un libro appartenga così tanto al suo autore, e ci assomigli pure: entrambi con il farfallino, entrambi con la pipa sempre accesa in mano, e chissà quante altre similitudini, leggendo tutti i libri, verrebbero a galla.

Un posto per leggere

Maggio 12, 2009

a cura di dariatinagli@gmail.com

Titolo: Revolutionary road

Autore: Richard Yates

Traduttore: Alessandra Dell’Orto

Edizione: Minimum fax

Anno di pubblicazione: USA 1961;

Bompiani 1964; Minimum fax 2003

Numero di pagine: 405

Prezzo di copertina: 11,50 euro

Note: libro finalista al National Book Award (1961)

Estate 1955, Connecticut occidentale, zona residenziale di Revolutionary Hill. La giovane famiglia Wheeler vive in una graziosa villetta in Revolutionary Road. Frank, ogni giorno, prende il treno per raggiungere New York e il suo lavoro (“il lavoro più cretino che si possa immaginare”, dice). April, ogni giorno, se ne sta a casa a cucinare e badare ai due figli che giocano in giardino.

Potrebbe essere un’estate come tante, potrebbe essere una famiglia felice, a suo modo. Invece non è così. Proprio l’insistente desiderio di felicità, forse, non permette a questa famiglia di essere felice, insieme alla consapevolezza di ciò che è e alla volontà di essere altro.

Questo romanzo è la fotografia di un tentativo fallito di rivoluzione. Le illusioni che aiutano a vivere sorridendo si infrangono durante questa lunga estate. Parigi promette una vita nuova, briosa e piena di entusiasmi: è lì, un pensiero indefinito pronto ad accogliere i Wheeler e i loro sogni di felicità, la loro voglia di ricominciare. Ma questa estate a Revolutionary Hill sarà troppo crudele e la vita dei Wheeler non sarà più la stessa: né quella sopportata con fatica finora né quella desiderata intensamente da sempre.

La forza di questo romanzo sono le parole e la loro apparente semplicità, tanto sono fluide e naturali. La sua grandezza sta nella descrizione netta delle dinamiche umane, delle relazioni tra persone diverse. Yates crea e ci offre un mondo che non può consolarci, eppure ci emoziona a tal punto da non poterne fare a meno. Il suo sguardo è puro: non c’è ironia né compassione. C’è, sempre, il rispetto verso i personaggi narrati e verso noi lettori. Ecco perché non si può non amare ciò che scrive.

Yates è stato un grande scrittore, molto amato dagli altri scrittori (Carver lo indicava come suo maestro) ma non altrettanto noto al grande pubblico. Diceva che non voleva essere famoso, desiderava soltanto essere letto: ecco il regalo che possiamo fargli oggi.

Dopo l’uscita dell’omonimo film di Sam Mendes è probabile che questo e gli altri libri di Yates conoscano una nuova diffusione anche tra i lettori italiani.

Bel film, Revolutionary road: Leonardo Di Caprio del tutto diverso dal belloccio che faceva strepitare le ragazzine in Titanic, e bravo. La Winslet intensa e disperata. I dialoghi perfetti e fedeli al libro. E tutto ambientato in una scenografia anni cinquanta davvero impeccabile.

Eppure, uscendo dalla sala, non sono riuscita a reprimere questa ridicola banalità: “bello il film, ma il libro mi è piaciuto di più”.

Ad ogni modo, che abbiate visto il film oppure no, che vi sia piaciuto o lo abbiate stroncato con fierezza, non perdetevi la forza e la bravura di questo grande scrittore.

“Revolutionary road guarda dritto verso di noi con sguardo smaliziato e ammonitore, e ci invita a fare attenzione, a stare all’erta, a badare bene, e a vivere la vita come se avesse importanza quello che facciamo, poiché fare di meno mette in pericolo tutto quanto”.

(Dall’introduzione, a cura di Richard Ford).

L’inviata allo scaffale degli scrittori

Maggio 11, 2009

A cura di lorenza.sca@gmail.com

Mo, un racconto vivente

Presentazione del libro Ma nemmeno malinconia. Storia di una vita randagia (Rizzoli 2007), all’interno del ciclo di incontri con l’autore “Lo Scaffale degli scrittori – Il futuro ha un cuore antico”, organizzato dal comune di Padova, Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo.

Trattare dell’incontro con Ettore Mo mi riesce difficile poichè trasporre su carta un racconto “vivente” è impresa alquanto complessa. Mo è esso stesso un racconto, un libro, un articolo; è una fonte inesauribile di aneddoti, di storie di vita, di esperienze straordinarie.

Inizia l’esposizione come farebbe un nonno con i nipoti, divaga, presenta un susseguirsi disordinato ma avvincente di storie di vita vissuta. Ci parla di come gli sia venuta l’ispirazione e il desiderio di fare il giornalista: proprio qui a Padova lesse divorandolo un libro di Goffredo Parise, e questa lettura gli fece venire in mente (fortunatamente per noi lettori) di voler fare lo scrittore da grande. Realizzò ben presto che fare lo scrittore non gli avrebbe garantito mai uno stipendio fisso; decise allora che la soluzione migliore, per conciliare il proprio desiderio di scrittura e la sopravvivenza, sarebbe stata fare il giornalista. Ma, si sa, all’inizio non è mai facile, e ci si deve adattare a fare ogni tipo di lavoro. Niente di più vero nel suo caso: il curriculum dei suoi primi anni di lavoratore è quanto mai vario e originale. In ordine sparso i lavori che affronta sono: il minatore in Francia e Belgio (nonostante si ricordasse una frase del padre che lo ammoniva a fare tutti i lavori del mondo tranne quello del minatore, considerato a ragione il peggiore lavoro che esistesse), il cameriere di nuovo in Francia, il cantante in Svezia, l’insegnante di francese in Spagna, ma si ritrova anche a Londra per imparare la lingua. Qui chiederà a Piero Ottone, al quale durante la serata fa simpaticamente il verso per il suo singolare modo di parlare, la possibilità di un lavoro e così eccolo a scrivere nella sede inglese del Corriere della Sera. Da qui la strada professionale prosegue nella direzione di Roma e Milano, scrivendo prima di musica e teatro, sua passione, poi sull’Afganistan, da inviato a Teheran, nel periodo della Rivoluzione Khomeinista, dove si guadagnerà l’epiteto di “Ettore l’afgano”.

Confessa che in realtà la sua prima aspirazione era quella di fare il cantante lirico, professione per la quale aveva anche preso per un certo periodo lezioni private: lui stesso sorride nel ricordare quando gli è stato fatto capire che quello non sarebbe mai diventato il lavoro della sua vita, che avrebbe fatto meglio a rimanere nel sentiero del giornalismo. Racconta ogni avvenimento, incontro, paese che ha attraversato, con ironia, arricchendo il tutto di particolari, facendo annusare allo spettatore la stessa aria respirata da lui a suo tempo, facendo percepire la stessa intensità delle parole sentite dai personaggi più vari.

L’impressione dopo le due ore passate in compagnia di Ettore Mo è quella di aver conosciuto un signore piacevolmente dedito a raccontare le sue mille storie, un uomo dallo spontaneo senso dell’umorismo. Scherza sul “coccodrillo” fatto nella presentazione da Paolo di Paolo (che ha certe difficoltà a rivolgersi a lui dandogli del tu); risponde con entusiasmo alle domande del pubblico e alle richieste di ulteriori resoconti e testimonianze sulle persone che ha avuto modo di incontrare nella sua vita professionale; scherza sul fatto di non voler risultare tropppo noioso nelle sue storie, ma spiega che si dilunga così perchè si sente “in famiglia”. Anch’io vorrei crescere così: con tante cose da dire, tante esperienze da condividere.

Un posto per leggere

Aprile 2, 2009

A cura di dariatinagli@gmail.com

Titolo: Vista con granello di sabbia
Autrice: Wislawa Szymborska
Traduzione: Pietro Marchesani
Anno di pubblicazione: 1998
Editore: Adelphi
Numero di pagine: 239
Prezzo di copertina: 20 euro
Note: Premio Nobel 1996

Non è facile parlare di poesia. Anzi, non è facile per me, parlare di poesia. Ma voglio provarci lo stesso. La poesia non è popolare, non vende, si sa. Le donne vendono ancora meno, lo sanno tutti. Wislawa Szymborska è una donna che scrive poesie, una poetessa, appunto. Voglio raccontarvi proprio di lei.

La raccolta Vista con granello di sabbia è stata approvata dall’autrice e attraversa tutta la sua opera dal 1957, un’opera che non si impone per la sua mole ma si impone con l’evidenza semplice delle sue parole.

C’è  una leggerezza che accompagna le parole di queste poesie, la lingua è comune, spesso colloquiale. (“Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,/e poi fatico per farle sembrare leggere”). E’ proprio da questa semplicità che emerge un senso e affiorano risposte alle tante domande presenti in questi versi e a quelle di ognuno di noi. Sono domande che riguardano ogni cosa che ci circonda, domande su come si possa vivere, su quale sia il modo migliore di vivere. Sono domande nette e concrete, non generano risposte, eppure sanno creare ogni volta un senso nuovo e inaspettato che è, forse, almeno un po’, una risposta. (“Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte”).

C’è l’ironia della Szymborska in ogni sua poesia, la perfetta consapevolezza di ciò che scrive e la padronanza delle parole. Ecco cosa la fa innalzare, ecco cosa le permette di parlare di amore e destino senza sfiorare mai il banale e il ridicolo ma, anzi, la fa volare alta e sicura. (“Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque./ Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna./ So che finché vivo niente mi giustifica,/ perché io stessa mi sono d’ostacolo”).
C’è il rifuggire le generalizzazioni e dunque l’assenza di significato, la capacità di scorgere subito, quasi d’istinto, la vera essenza di ciò che scrive, senza vergogna né timidezza: “Quattro miliardi di uomini su questa terra,/ma la mia immaginazione è uguale a prima./Se la cava male con i grandi numeri./Continua a commuoverla la singolarità”.
Scrive di sé in un epitaffio: “Qui giace come virgola obsoleta,/l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata/dell’eterno riposo, sebbene la defunta/dai gruppi letterari sia stata ben distante”.
Forse per questo la sua poesia non è classificabile e non somiglia a niente. E proprio per questo la sua poesia ha qualcosa di speciale e inspiegabile. Per la stessa ragione, forse, la sua vittoria del Nobel sconcertò e scontentò i più, i “grandi”, i potenti.

Anche per questi motivi vi invito a conoscerla, leggerla, farla vostra, amarla almeno un po’. Ecco una poesia, scelta per il mese di marzo, affinché ci scaldi in questa fine d’inverno e possa avere un po’ di senso, un significato diverso e nuovo: il nostro.

Un amore felice
(estratto dalla poesia “Ogni caso”
di Wislawa Szymborska,1972).

Un amore felice. E’ normale?
è serio? è utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?
Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che?
Di nulla; la luce giunge da nessun luogo -
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i princìpi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo?
Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici: se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.

E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano
sembra un complotto contro l’umanità!

E’ difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.

Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

Con tale fede gli sarà più lieve  vivere e morire.

Un posto per leggere – un libro al mese, a cura di Daria Tinagli

Dicembre 23, 2008

Pubblicato su SEGNALI di Gennaio

Titolo: Full of life (una vita piena)
Autore: John Fante
Traduzione: Alessandra Osti
Editore: Fazi
Anno di pubblicazione: 1952 (USA), 1998 (Italia)
Numero di pagine: 148
Prezzo di copertina: € 8.50

Se vi capita di fare un giro in libreria e tra tanti titoli trovate questo Full of life di John Fante, non fatevi intimorire dalla poca affinità con gli altri libri sulla saga di Arturo Bandini. Prendetelo dallo scaffale, aprite la prima pagina e iniziate a leggere. E’ probabile che le vostre risate si facciano sentire presto: un inizio esilarante in questo atipico libro di Fante. Dopo ciò, magari scusandovi per il disturbo con i vicini di scaffale, vi consiglio di portarlo alla cassa. Una volta a casa lo leggerete d’un fiato, tra una risata e un’altra ancora. E già non mi pare poco. Ma questo libro è anche molto altro, è un libro pieno di tenerezza e follia.

Joyce e John sono una coppia in attesa del primo figlio. Joyce, durante la gravidanza, si è isolata ed ha riscoperto un grande interesse religioso. John si sente minacciato da questo cambiamento in arrivo. “Era remota, sdegnosa e beata”, scrive di lei. Intanto le termiti hanno corroso il pavimento della cucina nella loro villetta di Los Angeles. John chiede aiuto a suo padre Nick, “il più grande muratore della California”, per sistemare il pavimento e molto di più. John cerca l’approvazione e il calore di questo piccolo e sgangherato immigrato abruzzese, ha bisogno di questo vecchio con cui litigare per tutto il tempo possibile. I loro dialoghi scomposti, le urla e le imprecazioni di Nick percorrono l’intero libro e si mischiano ad una dolcezza che è sempre lì, tra le righe o sospesa da qualche altra parte.

La forza di questo libro è la sua colorata (e colorita) espressività e non la sua forma. La scrittura è lineare e asciutta, ci fa sorridere e commuovere, ogni risata è piena di magoni e tenerezza mischiati insieme, i personaggi sono duri eppure dolci. Bukowski diceva di Fante che era il suo maestro. In Italia, Tondelli e Vittorini lo hanno apprezzato moltissimo. Ora tocca a voi, conoscerlo e dire la vostra. Io invece vi invidio un po’ perché potete leggere per la prima volta questo libro geniale e divertente.

In un gioco sugli incipit più belli penso che potrei citare proprio questo:
“Era una casa grande perché eravamo gente con progetti grandiosi. Il primo era già lì, una sporgenza all’altezza del suo punto vita, una cosa dai movimenti sinuosi, striscianti e contorti come un groviglio di serpi. Nelle tranquille ore prima di mezzanotte appoggiavo il mio orecchio su quella zona e sentivo un gocciolio come da una sorgente, dei gorgoglii, dei risucchi e degli sciabordii. (…) Eppure a me non importava ancora nulla di quella sporgenza. -E’ poco estetica- e le suggerivo di indossare qualcosa per nasconderla. –E ucciderlo? Ci sono delle cose adatte. Le ho viste.- Mi guardava con freddezza, ero l’ignorante, il balordo che passava nella notte, non più una persona, diventavo malefico, assurdo.”

daria.tinagli[at]gmail[dot]com

Un posto per leggere – Un libro al mese, a cura di Daria Tinagli

Dicembre 10, 2008

Pubblicato su SEGNALI di dicembre:

Titolo: S’è fatta ora
Autore: Antonio Pascale
Editore: Minimum Fax
Anno di pubblicazione: 2006
Numero di pagine: 126
Prezzo di copertina: 9.50 euro.

Cinque iniziazioni che si intrecciano: l’ amore, l’impegno politico, l’impegno sociale, il mondo del lavoro, il passaggio tra le età della vita.
E’ Vincenzo Postiglione, il protagonista del romanzo, che percorre tutti questi diversi periodi. Li ripercorre raccontandoli con occhi curiosi e attenti, con uno sguardo pieno di tenerezza e partecipazione ma senza indulgenza. Mentre racconta episodi piccoli, incastrati tra loro come potrebbe fare un gioco magico e misterioso, ci offre parole ogni volta nuove e un mondo che fa ridere, piangere, commuovere. Mette in fila le parole così bene da farle sembrare una fioritura, qualcosa che è nato da sé, qualcosa di evidente e inevitabile. Queste parole, queste immagini, questi pensieri ci accompagnano per tutto il libro, si legano a ciò che è già dentro di noi e lo arricchiscono.
Come sosteneva Cesare Pavese, i bei libri sono quelli che ti dicono qualcosa che sai già, ma te lo dicono con parole migliori. O per dirla alla Holden: ” i libri veramente belli sono quelli che quando hai finito di leggerli ti vien voglia di essere amico dell’autore e poterlo chiamare al telefono ogni volta che ti va”. Allora posso dire che questo di Pascale è proprio un bel libro. Vorrei davvero conoscere Antonio Pascale e poterlo incontrare in centro per un caffè ogni volta che mi va. Vorrei essere amica di Pascale perché sa dire bene quello che nella mia testa e nel mio cuore sta insieme tutto a casino. Quando leggo i suoi libri, invece, tutta questa confusione trova un significato, un posto dove sta bene.
Ho creato un breve dizionario che raccoglie il significato delle parole di S’è fatta ora. Se somigliano un po’ alle vostre, allora, avete trovato il prossimo libro da tenere sul comodino e non lasciare più.
Amore:  “L’amore in questo consiste, disperdere più che investire. Scompaginare invece che sistemare. Una cosa strana, ma una cosa da accettare.”
Desideri: “Non sospettavo ancora che ogni volta che si avvera un desiderio, la nostra immaginazione subisce un collasso.”
Felicità: “Fitzgerald parla di cose troppo belle, quelle che accadono una volta per tutte durante l’adolescenza, e sono belle perché imperfette, su quella felicità non ci costruisci niente.”
Ricordi: “Sarà che le cose importanti non te le ricordi perché, invece di restare un oggetto distante di cui avere nostalgia, diventano parte di te.”
Silenzio: “Ecco perché il silenzio diventava necessario. Tra me e lei, dico. Dava la sensazione, solo la sensazione si intende, che non ci fossero bonus da distribuire. Niente da vendere con la forza della retorica.”
Stupidità e Potere: “Ragazzi, lo so che non vi hanno mai insegnato ad amare il teatro ma, ve lo dico con il cuore, non fate gli stupidi, perché il potere vi vuole stupidi.”