Archivio per la categoria ‘Spazio Europa’

Voci di viaggio, voci di volontari

Ottobre 8, 2009

L’Ufficio Progetto Giovani, da diversi anni è ente di invio e di accoglienza dei giovani del Servizio Volontario Europeo (S.V.E.) del programma comunitario Gioventù in Azione. Numerosi sono infatti i ragazzi tra i diciotto ed i trent’anni, che decidono di dedicare un periodo della loro formazione all’estero, o perché al termine degli studi universitari o durante una pausa “sabbatica” dal percorso professionale intrapreso, per svolgere un’esperienza di volontariato in un ambito di preferenza tra le numerose offerte rese disponibili dal programma.

Progetto Giovani, oltre a fornire un orientamento agli aspiranti volontari italiani in partenza, ospita a Padova ogni anno dai due ai sei volontari europei all’interno di progetti SVE di carattere socio- culturale finalizzati alla promozione dell’interculturalità e della solidarietà.

Realizzare un progetto di volontariato SVE è sicuramente un’esperienza di crescita e maturazione personale, i cui “risultati” (o frutti) si misurano soggettivamente per ogni volontario. Non è possibile identificare al momento della partenza cosa ognuno porterà a casa al rientro dal proprio “viaggio”, poiché in ogni “romanzo di formazione” l’avventura del percorso contiene sia momenti d’entusiasmo che incoraggiano, sia prove individuali che possono rendere difficile proseguire. Senz’altro quando si arriva al termine del percorso (fuor di metafora, del progetto) si è diversi, come testimoniano molti volontari che sostengono che lo SVE abbia cambiato loro la vita! Talvolta questo si traduce nell’acquisizione di una nuova prospettiva, un punto di vista più aperto verso il mondo e le sue molteplici culture, la comprensione o l’intuizione d’essere <<cittadini del mondo>> e che questo sia un vantaggio per poter tradurre in progetti concreti dei sogni ritenuti magari improbabili. E’ il caso di molti volontari che a conclusione dallo Sve si fermano nel paese che li ha ospitati perché hanno trovato lavoro o per le nuove amicizie che li fanno sentire a casa, oppure di quelli che ripartono dopo poco tempo alla ricerca di nuove mete, nuovi viaggi, nuove trasformazioni d’orizzonte.

Talvolta l’esperienza SVE , invece, è un piccolo “bulbo” che il volontario tiene in tasca per qualche tempo, e che a distanza, quando sarà la sua stagione, darà il frutto.

Vogliamo lasciare ai lettori del nostro sito una traccia del passaggio dei “viaggiatori” che da poco hanno concluso un progetto nella nostra città, attraverso piccoli estratti della loro testimonianza di volontari.

I loro progetti “Equal Opportunities for Disabled Students” (Martha, Laura, Raphael e Arve) e “Giovani per l’Intercultuturalità” (Ilona e Lourdes) si sono conclusi nel mese di Agosto e si sono svolti rispettivamente nell’ambito della disabilità, il primo, e dell’animazione giovanile e dei servizi sociali, il secondo. Il primo si è svolto in collaborazione con il Servizo Disabilità dell’Università degli Studi di Padova.

Michela, operatrice di Progetto Giovani

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Io? Volontario S.V.E.!

“Ci sono tanti motivi per cui scegliere di svolgere un anno all’estero grazie allo SVE, io l’ho scelto principalmente per la mia crescita personale. Ho deciso di fare un anno di esperienze all’estero con lo SVE perché volevo conoscere altre culture. Ad ottobre comincerò a studiare medicina. Questo era anche una motivazione per me a fare un anno SVE”. (Laura- Germania)

“Ho deciso di fare il Servizio Volontario Europeo, perché mi piaceva l’idea di lavorare in un progetto sociale e di lavorare per la coesione e l’unione dell’Unione Europea. Volevo fare un’esperienza all’estero per una crescita personale, uno scambio culturale, per imparare una lingua nuova e per conoscere un altro paese. Ho cercato progetti in Italia perché mi piace questo paese e la lingua italiana da tanto tempo. Inoltre mi piace la musica italiana e l’opera e volevo capire i testi delle canzoni. Volevo usare quest’anno dopo la scuola e prima di andare all’università per riflettere su ciò che potrei fare dopo, per conoscere un campo d’attività nuova per me (come il lavoro con disabili), per lavorare nel settore sociale e per vedere i miei limiti e capacità”. (Martha- Germania)

(continua…)

Scambi socio-culturali estate 2009

Agosto 25, 2009

I leader group degli scambi organizzati da Progetto Giovani raccontano la loro esperienza.

“MUSICHE, DANZE E COSTUMI DEL TERRITORIO LOCALE”
PADOVA (1-10 Luglio 2009)
Scambio svolto nell’ambito della collaborazione bilaterale tra il Comune di Padova e la regione Navarra (Spagna).

Il progetto, dal titolo “ Musiche, danze e costumi del territorio locale ” si è rivolto a 10 giovani spagnoli e 8 italiani di età compresa tra i 15 ed i 17 anni. Il gruppo italo/spagnolo ha (ri)conosciuto la città e le sue ricchezze attraverso attività insolite nei luoghi della cultura tra Padova e Venezia e proposte coinvolgenti da parte di varie Associazioni di Padova e dintorni. La partecipazione – comprensiva di vitto, alloggio, visite culturali, spostamenti con mezzi pubblici, entrata ai musei e visite guidate – è stata gratuita.
(continua…)

Martina, volontaria SVE, ci scrive una lettera dal Nicaragua…

Marzo 3, 2009

Martina svolge un progetto SVE di 12 mesi in Nicaragua sul tema della salute e della ricerca sanitaria presso Mapanica, Associazione di bambini affetti dal cancro. Il progetto si svolge in  collaborazione con la clinica pediatrica (reparto Oncologia) dell’Ospedale San Gerardo di Monza (MI).

Ciao a tutti!! Il lavoro a MaPaNica procede bene… i nicaraguesi sono molto simpatici ed accoglienti e soprattutto le persone con cui sto lavorando sono affettuosissime con me che mi trovo qui sola soletta!!

In realtà qui in città c’è molta vita sociale… ho fatto amicizie e le distrazioni (nel senso buono!)non mancano. Tra queste amicizie anche degli italiani che lavorano in varie ONG. Già non ho più voglia di tornare!!caldo, sole, palme.

I bambini sono sempre tenerissimi ed è bello vederli giocare tutto il giorno!! la maggior parte di loro vive in zone isolatissime e qui si trova per la prima volta a giocare con bambini che non siano i fratellini; l’avventura della loro vita è stato il viaggio fino alla capitale (che è davvero avventuroso c’è chi fa percorsi di giorni a cavallo, canoa, piedi) e quindi il loro gioco preferito è imitare il conducente dell’autobus quando grida per annunciare le varie fermate!

Solo due volte mi è sembrato difficile stare qui quando ho saputo che due bambini a cui mi ero particolarmente affezionata (è inevitabile!!) venivano rispediti a casa con una terapia per il dolore perché non c’era più niente da fare si chiamano Jason (6 anni) e Haizzel (2 anni). Ma poi la forza torna guardandone altri che migliorano sotto i tuoi occhi torna il colorito e crescono i capelli!! E l’unica spiegazione che la gente di qui riesce a darsi (sono molto religiosi) è che Dio è l’unico che ha il potere di prendere e dare. Purtroppo spesso ho visto che questo “fatalismo” si traduce in rassegnazione.

Io e Chiara (la studentessa di Medicina che è stata qui per due mesi) abbiamo siamo diventate le madrine di Pedro e Pablo. Una coppia di gemellini di 3 anni che si sono ammalati insieme dello stesso male.. gli abbiamo fatto il regalo di compleanno e gli aiutiamo (per quanto ci è possibile!) con cibo e trasporto. Che altro dire? Spero che quest’esperienza continui così perché oltre a sentirmi (e spero essere!) utile mi sto anche divertendo tanto!! Scrivetemi per qualunque domanda/approfondimento non so cosa vi può interessare sapere.. .

Marti

SERVIZIO VOLONTARIATO EUROPEO IN MACEDONIA

Gennaio 14, 2009

Iniziamo proprio da questo: Bitola, seconda città macedone per grandezza e uno degli ultimi luoghi che si incontrano prima di entrare in territorio greco. Doveva essere questa la meta del mio viaggio che avrebbe dovuto svolgersi nell’arco di nove lunghi mesi. Purtroppo non è stato così, poiché la mia permanenza si è risolta in alcune settimane, giusto il tempo di capire che Ohrid è una delle città più mediterranee e affascinanti dei Balcani Occidentali e che Bitola è una lunga strada popolata di caffè affollati ad ogni ora del giorno.

Non solo questo però mi ha insegnato la mia breve incursione nella terra che ha dato i natali ad Alessandro Magno. Dopo essermi laureata ero partita così fiduciosa e carica di speranze, certo sempre idealista ma desiderosa di mettermi alla prova per la prima volta in una terra straniera per lungo tempo. Avevo scelto il Programma di Servizio Volontariato Europeo (SVE) perché mi sembrava, nel grande mare delle opportunità di volontariato, quello dal livello qualitativo più alto e soprattutto dalla notevole varietà di proposte formative.

Sfortunatamente mi sono dovuta ricredere, a mie spese, su molti aspetti su cui poggia il funzionamento e la gestione dello SVE. Le premesse del mio viaggio dovevano farmi presagire una sua non riuscita: l’esordio è stato l’imbottigliamento nell’autostrada Venezia-Milano a cui è seguita una corsa folle per raggiungere l’aeroporto di Malpensa dove non avrei mai preso l’aereo per Skopje. In ogni caso, vista la mia determinazione, il giorno stesso mettevo piede sul suolo macedone e giungevo a Bitola, in attesa di iniziare a lavorare come volontaria all’interno di una scuola per l’infanzia e di un centro linguistico.

I primi giorni sono stati incoraggianti: conoscenza degli altri volontari SVE, insediamento nel nuovo appartamento, scoperta della città, primo contatto con i bambini e gli studenti della scuola e con l’associazione ospitante. Allo stesso tempo però c’erano alcuni aspetti che facevano presagire un peggioramento della situazione: il problema maggiore era legato alla graduale presa di coscienza di come vi fosse un divario tra i contenuti del progetto, così come indicati sulla carta, e le effettive attività da sviluppare. Tutti i laboratori a cui avrei dovuto partecipare non esistevano e la scuola non era strutturata in maniera articolata come immaginavo.

Nonostante queste lacune, ero in ogni caso decisa a proseguire e, viste le premesse poco fortunate, lo SVE assumeva una nuova veste, quella di creare delle solide basi per rendere la scuola e il centro linguistico che mi ospitavano più dinamici e attivi.

Ricordo ancora il giorno in cui Progetto Giovani di Padova mi ha chiamato: stavo percorrendo la strada che conduceva all’ufficio dell’organizzazione ospitante e che passava attraverso il mercato cittadino, quando mi è stato comunicato che il mio progetto era stato cancellato. Le emozioni di quel momento sono state un connubio di stupore, incredulità e non comprensione. Ma che cos’era accaduto a meno di una settimana dal mio arrivo?

Era successo che i volontari che mi avevano preceduto avevano espresso forti lamentele verso l’organizzazione ospitante per la sua mancanza di supporto logistico e morale e soprattutto per il fatto che nelle associazioni destinate alla realizzazione del progetto le attività erano inesistenti. A seguito di questa serie di reclami, l’organizzazione responsabile della gestione dello SVE nel Sud Est Europa, Salto, aveva effettuato una missione volta a verificare se tali problemi effettivamente esistevano. Naturalmente, vista la mia fortuna, l’indagine aveva prodotto la decisione di chiudere l’accreditamento all’associazione ospitante.

C’era dunque ancora una speranza: vista l’impossibilità da parte di Salto di cancellare progetti già approvati come il mio, la decisione ultima spettava alle singole Agenzie nazionali. Dunque, la mia sorte era ora nelle mani dell’Agenzia Nazionale di Roma: da quel giorno sono iniziate lunghe telefonate che hanno coinvolto il quadrilatero Padova, dove il Progetto Giovani ha tentato in tutti i modi di darmi supporto, Treviso, dove la mia famiglia si interrogava sul mio futuro, Roma, con la sua folle burocrazia e Bitola, piccolo punto nei Balcani dove vivevo ore d’attesa in cui la speranza lasciava gradualmente posto alla delusione.

Un’ulteriore complicazione è sorta nel momento in cui mi sono interfacciata con l’Agenzia Nazionale italiana, dotata del potere ultimo di decidere sulla mia sorte. Purtroppo, se a Bitola il dialogo con l’ente d’accoglienza era difficile, con Roma la situazione non era migliore. Ricordo lunghe telefonate volte a spiegare il disagio che vivevo in quel momento e come questa confusione non fosse dipesa in alcun modo da me. Nonostante abbia più volte testimoniato la mia volontà di rimanere, ho incontrato scarsa flessibilità da parte dell’ente italiano tanto che gli altri volontari SVE sono rimasti a Bitola, trovando inserimento in un nuovo progetto, mentre io ho dovuto far rientro anticipato in patria.

Quando ho capito, dopo l’ennesima telefonata, che la mia esperienza si stava concludendo ancora prima che fosse iniziata, ho gettato la spugna.

Che cosa potevo fare? Effettivamente non vi erano le condizioni per poter rimanere a Bitola dove le possibilità di crescita formativa erano pressoché nulle. Non volevo ritornare anticipatamente in Italia, dopo che avevo salutato tutti per un lungo viaggio di nove mesi. Diverse sono state le ipotesi che ho passato in rassegna in quei giorni: dalle più concrete, come contattare associazioni locali accreditate SVE, alle più assurde, quali vendere cetrioli al mercato locale. Effettivamente l’impresa di vivere in un Paese senza copertura assicurativa e medica e senza alcuna solida base lavorativa non era delle più facili.

Date queste premesse e vista la possibilità offertami da Roma di poter candidarmi nuovamente per un Progetto SVE, una volta tornata in Italia, ho ripreso la via di casa. La delusione e l’amarezza per ciò che mi è successo mi hanno portato a riflettere sulla validità ed il senso del volontariato: il mio caso forse rappresenta un’eccezione ma è sintomatico di come vi siano degli aspetti su cui è necessario riflettere al fine di migliorare il funzionamento dell’intera macchina SVE. Le parole chiave su cui bisognerebbe focalizzare l’attenzione dovrebbero essere: maggiore selezione nella fase di accreditamento, maggior coordinamento tra gli enti coinvolti nel Programma (Agenzie Nazionali, enti ospitanti e d’invio) e grande attenzione da parte dei volontari nella scelta del progetto.

Quest’ultimo punto rappresenta un aspetto prioritario: nonostante la mia esperienza, credo ancora che il volontariato abbia una valenza positiva, soprattutto se si è giovani, alle prime armi e desiderosi di inserirsi nell’ambito delle relazioni internazionali e dell’associazionismo. E’ necessario però che la scelta del progetto sia fatta con cura e che vi siano dei contatti diretti tra volontario e associazione ospitante al fine di approfondire i contenuti delle attività da svolgere. Non è sufficiente, infatti, visionare la scheda presente nel database SVE ma è d’obbligo raccogliere quante informazioni possibili, poiché ciò che è scritto spesso non corrisponde alle reali attività in cui sarà impegnato il volontario.

La mia strada lavorativa mi ha portato a tentare nuovamente l’esperienza SVE e, sebbene vi fossero le premesse per recuperare l’immagine un po’ sbiadita che ho del Programma, ho deciso infine, di percorrere altre vie.

Bitola ha rappresentato comunque un momento di formazione e di crescita individuale poiché mi ha permesso di affacciarmi al mondo del volontariato internazionale con maggior consapevolezza, conscia di quanto l’entusiasmo giovanile che ci accompagna, debba essere moderato dall’idea che molto spesso la realtà d’intervento non risulta in linea con le proprie aspettative.

Caterina racconta la sua esperienza di Servizio Volontario Europeo a Bucarest per il progetto “Educational and Social Work with Street Children Concordia Social Project Pater Georg Sposhill” nell’associazione Concordia Romania.

Dicembre 16, 2008

Ciao!!! Sono Caterina, 24 anni. Ho fatto una esperienza SVE in Romania l’anno scorso, sono partita a settembre e ci sono stata quasi sette mesi fino ad aprile.

L’idea di fare questa esperienza a Bucarest con i ragazzi di strada, quelli che avevo visto nei documentari in TV, che vivono in branchi nei tombini e sniffano l’Aurolac per non sentire il freddo e la paura, mi entusiasmava e spaventava allo stesso tempo. Ma mentre pensavo alla paura ero già in aereo e viaggiavo verso Bucarest… non potevo tornare indietro. Al mio arrivo, più di venti volontari come me, quasi tutti austriaci e tedeschi, ma anche francesi, norvegesi, un’altra italiana. Il primo periodo l’ho passato ubriaca di emozioni tra le lezioni di rumeno, i suoni di questa lingua sconosciuta parlata dai ragazzi di strada e gli operatori, il contatto con i ragazzi e il loro mondo, specialmente grazie a Tokio, un ragazzo di strada che parlava un po’ di italiano perché era stato in Italia con Miloud (da pochissimo è nei cinema il film Parada che racconta la storia di Miloud e dei ragazzi a cui ha insegnato l’arte circense… beh, io ne ho conosciuti alcuni di quei ragazzi salvati da Miloud). Pian piano ho imparato la lingua, ho imparato come rapportarmi ai ragazzi di strada, i volontari sono diventati miei amici di avventura con i quali ho condiviso tutto, le gioie, le difficoltà, le vittorie e le sconfitte.

Pur tra le mille difficoltà, l’esperienza è stata bellissima, speciale, unica. Mi ha cambiata nel profondo, ha cambiato il modo che ho di percepire tutto ciò che mi succede, di vivere tutte le esperienze che mi si presentano. Mi ha dato una forza nuova.

Ho lavorato con i ragazzi di strada, sono stata seduta con loro, gli ultimi e i disprezzati da tutti, ai bordi di tombino dietro la stazione di Bucarest, mentre loro mangiavano la loro cena a base di fette di pane avvolte in un pezzo di giornale e aspiravano la colla dal loro sacchetto. Sono stata con loro al centro di raccolta nei sobborghi di Bucarest, dove ho frequentato il corso di rumeno e alla fine l’ho imparato, per poter parlare con loro. Sono poi stata spostata (di mia volontà) a lavorare con i bambini più piccoli, figli di ragazzi di strada, di famiglie svantaggiate o semplicemente trovati per strada da soli, prelevati alle famiglie che li maltrattavano o li mandavano a chiedere l’elemosina. Sono diventata lì “mami Caterina”, la loro mamma dalle 8 di mattina alle 16 insieme a Sergiu. Insieme a noi i nostri 16 bambini (dai 6 ai 15 anni) facevano i compiti, mangiavano, giocavano. Noi cercavamo di lenire la sofferenza che si leggeva dal loro comportamento ribelle e ingestibile di essere bambini senza una casa, una famiglie e una vita normale.
Io mi occupavo nel centro di tutte le attività manuali: a Natale abbiamo fatto un mercatino con le candele che abbiamo preparato con i bambini, a Pasqua abbiamo dipinto le uova. Abbiamo colorato con gli acquerelli e le tempere, creato con la plastilina (con i più piccoli) e l’argilla (per i più grandi), decorato gli ambienti comuni, personalizzato le camerette. I bambini mi seguivano rumorosi nelle attività, si stancavano presto, non seguivano le istruzioni, litigavano tra di loro per tutto, mi facevano letteralmente impazzire. Quando finivo le ore di lavoro spesso ero senza forze. Senza forze ma felice.

Ho conosciuto anche dei ragazzi rumeni che sono diventati miei amici, i quali mi hanno aiutato a conoscere la loro cultura, così diversa dalla nostra. E che me l’hanno fatta amare, loro così poco sorridenti, cosi duri, cosi diffidienti all’inizio, comportamenti ereditati dal loro passato di dittatura e comunismo, che è finita solo qualche anno fa. Loro che però, una volta diventati amici, mi hanno offerto una disponibilità infinita.

Dopo il corso di lingue noi volontari siamo stati tutti smistati nelle diverse case dell’associazione, ma il fine settimana facevamo di tutto per vederci, raccontarci, uscire nei mille bar e “club” di Bucarest, scrollarci di dosso nei nostri giorni liberi il lavoro e la stanchezza della settimana. Quando avevo bisogno di qualcuno loro c’erano.
Con loro ho viaggiato per la Romania, ho visitato la Transilvania e visto il Mar Nero.  Michelangela prima e Michela poi dall’Informagiovani di Padova mi hanno sempre sostenuto, prima durante e dopo, risposto con massima disponibilità a tutte le mie domande e ai miei dubbi.

Sono tornata a casa una Caterina diversa, che sa apprezzare tutto ciò che ha e che riesce a sorridere alla vita molto più spesso di come era abituata a fare.

Tatiana Motterle racconta la sua esperienza di volontaria SVE a Dresda

Dicembre 12, 2008

Nel 2005 mi sono finalmente laureata alla triennale, un piccolo evento che mi ha smosso un po’ la vita e mi ha risvegliata dal torpore di quegli ultimi tempi. Il sommovimento mi ha convinta che a 25 anni era ora di fare qualcosa di bello e di mio, di buttarmi nelle cose. Allora, ispirata dalla mia coinquilina che stava cercando anche lei un progetto SVE, ho cominciato anch’io ad esplorare il sito alla ricerca di associazioni, mi sono affidata al Progetto Giovani (cioè alla mitica Michela) e lì è cominciato tutto. Ho avuto una gran fortuna. All’inizio non arrivavano notizie dalle associazioni che avevo scelto e ogni tanto mi chiamava Michela proponendomi progetti che non m’ispiravano per niente. Il mio ventiseiesimo compleanno si avvicinava pericolosamente (allora il limite d’età era più basso) e stavo per perdere le speranze, quando si è fatta viva un’associazione di Dresda (Germania) che mi aveva già scelta leggendo il mio curriculum, senza bisogno di fare altre selezioni. Ho in mente questa scena di me che salto come una scema in giro per la cucina dopo aver ricevuto la telefonata di Michela…
Insomma sono partita. Due settimane prima della fatidica scadenza dei 26. Nel frattempo c’erano stati anche tre giorni di formazione pre-partenza veramente belli, dove, fra le altre cose, eravamo stati preparate/i anche agli alti e bassi emotivi dell’esperienza SVE. E quelli in effetti ci sono stati, eccome… Le sensazioni del viaggio erano belle e strane: non avevo mai fatto un anno intero all’estero e mai un’esperienza simile. Era tutto da scoprire e non vedevo l’ora che cominciasse. Ma sono bastati pochi giorni per buttarmi a terra. Non perché non mi piacesse quello che stavo vivendo ma perché, lontana dal mio ambiente, dai miei amici, da tutte le mie cose, mi sono ritrovata a riflettere su me stessa, a guardarmi di più e sono uscite tante cose che fino ad allora avevo finto di non vedere. È questo uno dei valori maggiori che do al mio SVE. Quell’anno mi ha cambiata ma non tanto (o non solo) per quello che ho fatto con la mia associazione: è stato tutto quello che ho vissuto, le persone che ho conosciuto, il mondo che ho riscoperto dentro di me.
L’associazione in cui ho lavorato si chiama Gerede e.V., è composta da gay, lesbiche, bisex e trans e si occupa su diversi livelli di questo mondo: ospita gruppi  di discussione e confronto, offre aiuto e counseling a chi vive problematicamente il proprio orientamento sessuale, organizza e segue progetti nelle scuole sull’identità di genere e di orientamento. Dentro la loro sede da qualche anno è nato anche un internet café con videoteca e biblioteca, che è stato il mio posto di lavoro principale. Non è stato sempre facile, generalmente sono stata accolta e coccolata ma con qualcuno ho avuto dei problemi, la lingua era una difficoltà perché di tedesco sapevo gran poco ma poi anche con loro ho ingranato ed è stata una bella soddisfazione, dopo qualche mese, accompagnarli nelle scuole e parlare in tedesco con le ragazze e i ragazzi. Lavorare a Gerede mi è servito per approfondire alcune cose e fare dei confronti con le mie esperienze di volontariato che avevo fatto nello stesso campo. Altri stimoli mi sono arrivati dalle formazioni SVE che ho fatto in Germania dove, oltre a conoscere altre sveine e altri sveini, ho incontrato dei formatori e delle formatrici veramente interessanti e grazie a uno di loro mi sono fatta anche un bel seminario sulle politiche di genere finanziato dalla  Commissione Europea. Insomma per me l’esperienza SVE non è stato solo il lavoro in associazione ma anche molte altre cose e più di tutto una crescita personale e una sferzata di energia e di voglia di fare, di nuove idee interessanti e altre possibilità aperte. È così che mi sono sentita al ritorno infatti. Come se avessi qualche mattoncino in più su cui costruire ancora.
A chiunque mi chiede dello SVE rispondo che è un’esperienza assolutamente da fare. Uscire, vivere in altri paesi, parlare altre lingue, vedere le cose in altri modi, conoscere persone che provengono da realtà diverse ti apre la mente. È un discorso talmente trito che ormai sembra una banalità ma è assolutamente vero e lo si capisce fino in fondo vivendolo di persona. In Germania mi sono ritrovata a fare cose che qui non avrei mai fatto, cose anche stupide come andare a un concerto da sola e ballare senza pensare agli altri. Trovarmi in un ambiente diverso mi ha fatto provare sulla mia pelle cosa significa vivere secondo schemi che noi stessi ci creiamo e che le persone di cui ci circondiamo ricreano e riproducono. Questo è il primo aspetto, poi c’è quello del lavoro nel sociale, che aggiunge un grande valore e che differenzia lo SVE da molte altre esperienze all’estero. Questa parte non è sempre positiva, ho parlato con persone deluse rispetto a quello che si aspettavano, ma ne ho viste altrettante entusiaste e soddisfatte.
Più sto nel sociale più mi convinco che per aiutare gli altri dobbiamo prima aiutare noi stessi/e, capirci, lavorare su di noi. Per questo lo SVE mi sembra un’esperienza perfetta: mixa entrambe le cose. Almeno questo è l’effetto che ha fatto su di me.

Per chiudere tutte queste elucubrazioni incollo qui un mio intervento nel blog che avevamo creato con ragazzi, ragazze e formatori del corso di formazione pre-partenza. Ero in Germania da un mese, alle prese coi famosi alti e bassi di cui sopra, che al corso avevamo chiamato rispettivamente “curva ascendente” e “curva discendente”. Penso riesca a trasmettere lo stato d’animo in cui mi trovavo.

Beh, che dire…
E’ proprio bello certe volte ritrovarsi a vivere una giornata come questa dopo una settimana non proprio esaltante, passata a sbattere la testa contro una lingua che non capisci, certa gente che dà per scontato che tu la impari in tre giorni e che fa anche commenti sarcastici se non gli servi il caffè giusto, la pioggia, piccole incomprensioni con una persona che hai lasciato in Italia e che ti buttano moooolto giù (perché da qui certe cose ti arrivano amplificate), il fancazzismo fastidioso che ti fa perdere tempo inutilmente, arrabbiarti perché stai perdendo tempo ma non trovare gli stimoli per alzare le chiappe e far qualcosa di costruttivo, sentirti inadeguata, sola ecc. ecc.
Poi succede che impercettibilmente la curva comincia a salire, le cose piano piano migliorano, i problemi si risolvono da soli (o forse è anche il mio atteggiamento che è cambiato – Goethe non era mica scemo), le incomprensioni si risolvono, la lingua sembra meno ostica, le persone sarcastiche ti senti anche di mandarle a quel paese (che se si comportano così forse non valgono nemmeno poi così tanto e non val la pena starci male), la pioggia lascia il posto al sole e puoi uscire a rivedere la città (che per un attimo ti eri scordata che è così bella), poi arriva la neve, taaanta neve e la città sembra ancora più bella. Poi ti svegli la domenica mattina, la tua coinquilina è in cucina che spignatta e fa casino ascoltando Le quattro stagioni di Vivaldi (più esattamente La primavera. E mi sembra giusto…), ti fai una bella doccia e quando esci dal bagno lei ti comunica che stanno arrivando alcuni suoi amici per il brunch e che “if you want to join us… We will speak only English!”. Così ti ritrovi a chiacchierare con un tedesco (in pantaloni corti kaki, con -6 °C e 10 cm di neve fuori. Mah! Solo i crucchi…), un francese e la sua ragazza di Taiwan; e tra french toasts, panettone (ebbene sì!!), burro, marmellate, frittate e non so che altro si parla di mille cose, dalle colonie (tra le battutine sugli italiani che si son beccati la più sfigata e anche per poco), all’urbanistica di Los Angeles, dai curricula che sono diversi in ogni paese, alla Palestina… Insomma ad un certo punto ti senti come la sensazione che a queste persone vuoi quasi un po’ di bene, anche se non le conosci. Perché comunque tu in questo posto sei sola, sei una straniera, la tua vita qui è appena iniziata e questa gente ti sta accogliendo. Ed è una sensazione troppo strana questa di sentirsi legate così da subito a degli sconosciuti (per una veneta come me poi, figurarsi…). Insomma alla fine ti ritrovi con le lacrime agli occhi mentre la tua coinquilina racconta la sua infanzia nella Germania dell’Est e di quando è caduto il muro. E beh, ti vengono in mente un sacco di cose che vuoi sapere, approfondire, fare e un anno ti sembra quasi poco ed è già passato un mese e qui bisogna cominciare a muoversi veramente!
E fuori c’è tutta sta neve ed è proprio bello e allora esci per vedere il parco e ci sono decine di bimbi con le slitte, e sembrano tutti Heidi!!! Identici! Con i nasini e le guanciotte rossissimi!! E insomma neve ovunque, sopra sotto negli occhi nel naso ma ti va di vedere com’è Dresda sotto sta coltre e cammini cammini e torni a casa dopo tre ore con le gambe legnose e il sorriso sulle labbra. E una gran voglia di raccontare tutto alle persone a cui vuoi bene.

Il blog esiste ancora, per chi vuole darci un’occhiata: http://thevolunteerz.splinder.com/

Tati

Incontrando Luca Silvestri… volontario SVE in Bolivia.

Giugno 30, 2008

Bolivia e Italia possono essere più vicine. Il ponte sono i giovani dai 18 ai 30 anni che decidono di partire con il Servizio Volontario Europeo (SVE), destinazione Santa Cruz de la Sierra, Fundación Casa del Almendro (FCA). In questo giardino d’infanzia si promuove l’integrazione tra bambini con deficit e bambini regolari in uno dei quartieri più poveri di Santa Cruz, la Villa 1° de Mayo. Dopo l’esperienza dell’anno scorso con il primo volontario SVE proveniente da Padova, si è visto quanto possa essere prezioso l’apporto dei giovani al centro e dunque si sta tentando, attraverso il Progetto Giovani del Comune di Padova, di mantenere costante il flusso di volontari.

L’obiettivo per il 2009 è di riuscire ad ottenere due nuovi volontari SVE che collaborino durante l’anno accademico con il gruppo di professionali della FCA. La FCA si propone di beneficiare tanto i bambini con deficit, ai quali si offre un’esperienza di aggregazione contrapposta all’isolamento in cui si trovano relegati, quanto i bambini regolari, che apprendono fin dall’asilo a interagire con bambini con disturbi dello sviluppo. Ma non si tratta solo di questo: la FCA favorisce l’assistenza a bambini provenienti da famiglie con scarse risorse economiche offrendo, da un lato, servizi gratuiti diretti ai bambini con deficit (fisioterapia, logopedia, psicologia, psicomotricit e pediatria) e, dall’altro, offrendo alle madri la possibilità di lavorare nel centro in laboratori appositamente creati per loro. Sono le famiglie, infatti, le principali responsabili dei bambini in una zona dove le infrastrutture e l’assistenza pubblica sono ancora scarse ed inefficenti. Il problema è che queste spesso sono disgregate, in precarie condizioni sociali, economiche, abitative, e il bambino disabile diventa semplicemente un “peso in più” difficile da gestire in mancanza di mezzi economici e in mezzo agli altri figli da mantenere.

La FCA ha cercato di dare una soluzione a questo problema promuovendo uno stile di vita decoroso per le famiglie disposte ad aderire ai programmi formativi della FCA. Si è quindi attrezzato un laboratorio di sartoria diretto alle madri, che spesso sono nubili e con gravi problemi economici. Alla sartoria si è poi aggiunta la panetteria, dove le mamme producono e vendono pane e dolciumi. Entrambe le iniziative si basano sui principi del lavoro comunitario e coinvolgono le donne del quartiere che accettino di lavorare in forma collettiva.

Ma cosa fa in concreto un volontario della FCA? Viene impiegato nell’assistenza dei bambini con disturbi dello sviluppo all’interno del corso denominato Kinder (5-6 anni), segue cioè il lavoro di fisioterapia, logopedia e psicologia e lo continua e promuove in classe seguendo le indicazioni degli specialisti. Loro stessi, una settimana prima dell’inizio dei corsi (il 1º lunedì di febbraio), organizzano un corso di formazione per i nuovi volontari. Questi vengono indirizzati in base alle loro predisposizioni e formazione alle attivit che più gli si addicono: non è richiesta nessuna preparazione specifica, tuttavia nella selezione dei volontari si da precedenza ad educatori, puericultori, assistenti sociali o a coloro che provengono da uno dei settori specialistici in cui opera la Fondazione.

Attualmente la FCA ha una capacità di accoglienza intorno ai 12 bambini in trattamento fisioterapico e può ospitare fino 75 bambini nel settore nido/giardino d’infanzia. Il corso è strutturato nel rispetto della percentuale di bambini con ritardo evolutivo sui bambini regolari secondo un censo svolto nel barrio dagli operatori della FCA. Tale percentuale si aggira attorno al 16%, dunque in un corso di 25 bambini se ne ammettono 4 con ritardo evolutivo. La difficoltà che presenta il lavoro con i bambini con ritardo evolutivo sommata alla difficolt di promuovere accettazione ed integrazione, oltre a quella di cambiare la mentalit delle famiglie, rende indispensabile l’apporto di figure fortemente motivate al lavoro sociale ed educativo: operatori che trasmettano alle persone del barrio un’esperienza di socializazzione alternativa e diffondano attraverso il servizio volontario un messaggio umanitario, oltre al valore della solidarietà. Per ricevere ulteriori informazioni sulla Fondacion Casa del Almendro è possibile mettersi direttamente in contatto con la direttrice, Teresa Cremonesi, all’indirizzo email: teresacremonesi@hotmail.com

Testimonianza di Luca Silvestri – volontario S.V.E.

Volontari alla Fundación Casa del Almendro

Se sei interessato a partire per un esperienza di Servizio Volontario Europeo puoi consultare la pagina di Spazio Europa nel sito www.padovanet.it/progettogiovani e chiedere eventualmente un appuntamento con gli operatori presso lo sportello Informagiovani dell’Ufficio Progetto Giovani – Comune di Padova (e-mail: scambi@comune.padova.it, tel. 049-8757893).