Archivio per la categoria ‘volontariato’

Voci di viaggio, voci di volontari

Ottobre 8, 2009

L’Ufficio Progetto Giovani, da diversi anni è ente di invio e di accoglienza dei giovani del Servizio Volontario Europeo (S.V.E.) del programma comunitario Gioventù in Azione. Numerosi sono infatti i ragazzi tra i diciotto ed i trent’anni, che decidono di dedicare un periodo della loro formazione all’estero, o perché al termine degli studi universitari o durante una pausa “sabbatica” dal percorso professionale intrapreso, per svolgere un’esperienza di volontariato in un ambito di preferenza tra le numerose offerte rese disponibili dal programma.

Progetto Giovani, oltre a fornire un orientamento agli aspiranti volontari italiani in partenza, ospita a Padova ogni anno dai due ai sei volontari europei all’interno di progetti SVE di carattere socio- culturale finalizzati alla promozione dell’interculturalità e della solidarietà.

Realizzare un progetto di volontariato SVE è sicuramente un’esperienza di crescita e maturazione personale, i cui “risultati” (o frutti) si misurano soggettivamente per ogni volontario. Non è possibile identificare al momento della partenza cosa ognuno porterà a casa al rientro dal proprio “viaggio”, poiché in ogni “romanzo di formazione” l’avventura del percorso contiene sia momenti d’entusiasmo che incoraggiano, sia prove individuali che possono rendere difficile proseguire. Senz’altro quando si arriva al termine del percorso (fuor di metafora, del progetto) si è diversi, come testimoniano molti volontari che sostengono che lo SVE abbia cambiato loro la vita! Talvolta questo si traduce nell’acquisizione di una nuova prospettiva, un punto di vista più aperto verso il mondo e le sue molteplici culture, la comprensione o l’intuizione d’essere <<cittadini del mondo>> e che questo sia un vantaggio per poter tradurre in progetti concreti dei sogni ritenuti magari improbabili. E’ il caso di molti volontari che a conclusione dallo Sve si fermano nel paese che li ha ospitati perché hanno trovato lavoro o per le nuove amicizie che li fanno sentire a casa, oppure di quelli che ripartono dopo poco tempo alla ricerca di nuove mete, nuovi viaggi, nuove trasformazioni d’orizzonte.

Talvolta l’esperienza SVE , invece, è un piccolo “bulbo” che il volontario tiene in tasca per qualche tempo, e che a distanza, quando sarà la sua stagione, darà il frutto.

Vogliamo lasciare ai lettori del nostro sito una traccia del passaggio dei “viaggiatori” che da poco hanno concluso un progetto nella nostra città, attraverso piccoli estratti della loro testimonianza di volontari.

I loro progetti “Equal Opportunities for Disabled Students” (Martha, Laura, Raphael e Arve) e “Giovani per l’Intercultuturalità” (Ilona e Lourdes) si sono conclusi nel mese di Agosto e si sono svolti rispettivamente nell’ambito della disabilità, il primo, e dell’animazione giovanile e dei servizi sociali, il secondo. Il primo si è svolto in collaborazione con il Servizo Disabilità dell’Università degli Studi di Padova.

Michela, operatrice di Progetto Giovani

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Io? Volontario S.V.E.!

“Ci sono tanti motivi per cui scegliere di svolgere un anno all’estero grazie allo SVE, io l’ho scelto principalmente per la mia crescita personale. Ho deciso di fare un anno di esperienze all’estero con lo SVE perché volevo conoscere altre culture. Ad ottobre comincerò a studiare medicina. Questo era anche una motivazione per me a fare un anno SVE”. (Laura- Germania)

“Ho deciso di fare il Servizio Volontario Europeo, perché mi piaceva l’idea di lavorare in un progetto sociale e di lavorare per la coesione e l’unione dell’Unione Europea. Volevo fare un’esperienza all’estero per una crescita personale, uno scambio culturale, per imparare una lingua nuova e per conoscere un altro paese. Ho cercato progetti in Italia perché mi piace questo paese e la lingua italiana da tanto tempo. Inoltre mi piace la musica italiana e l’opera e volevo capire i testi delle canzoni. Volevo usare quest’anno dopo la scuola e prima di andare all’università per riflettere su ciò che potrei fare dopo, per conoscere un campo d’attività nuova per me (come il lavoro con disabili), per lavorare nel settore sociale e per vedere i miei limiti e capacità”. (Martha- Germania)

(continua…)

Martina, volontaria SVE, ci scrive una lettera dal Nicaragua…

Marzo 3, 2009

Martina svolge un progetto SVE di 12 mesi in Nicaragua sul tema della salute e della ricerca sanitaria presso Mapanica, Associazione di bambini affetti dal cancro. Il progetto si svolge in  collaborazione con la clinica pediatrica (reparto Oncologia) dell’Ospedale San Gerardo di Monza (MI).

Ciao a tutti!! Il lavoro a MaPaNica procede bene… i nicaraguesi sono molto simpatici ed accoglienti e soprattutto le persone con cui sto lavorando sono affettuosissime con me che mi trovo qui sola soletta!!

In realtà qui in città c’è molta vita sociale… ho fatto amicizie e le distrazioni (nel senso buono!)non mancano. Tra queste amicizie anche degli italiani che lavorano in varie ONG. Già non ho più voglia di tornare!!caldo, sole, palme.

I bambini sono sempre tenerissimi ed è bello vederli giocare tutto il giorno!! la maggior parte di loro vive in zone isolatissime e qui si trova per la prima volta a giocare con bambini che non siano i fratellini; l’avventura della loro vita è stato il viaggio fino alla capitale (che è davvero avventuroso c’è chi fa percorsi di giorni a cavallo, canoa, piedi) e quindi il loro gioco preferito è imitare il conducente dell’autobus quando grida per annunciare le varie fermate!

Solo due volte mi è sembrato difficile stare qui quando ho saputo che due bambini a cui mi ero particolarmente affezionata (è inevitabile!!) venivano rispediti a casa con una terapia per il dolore perché non c’era più niente da fare si chiamano Jason (6 anni) e Haizzel (2 anni). Ma poi la forza torna guardandone altri che migliorano sotto i tuoi occhi torna il colorito e crescono i capelli!! E l’unica spiegazione che la gente di qui riesce a darsi (sono molto religiosi) è che Dio è l’unico che ha il potere di prendere e dare. Purtroppo spesso ho visto che questo “fatalismo” si traduce in rassegnazione.

Io e Chiara (la studentessa di Medicina che è stata qui per due mesi) abbiamo siamo diventate le madrine di Pedro e Pablo. Una coppia di gemellini di 3 anni che si sono ammalati insieme dello stesso male.. gli abbiamo fatto il regalo di compleanno e gli aiutiamo (per quanto ci è possibile!) con cibo e trasporto. Che altro dire? Spero che quest’esperienza continui così perché oltre a sentirmi (e spero essere!) utile mi sto anche divertendo tanto!! Scrivetemi per qualunque domanda/approfondimento non so cosa vi può interessare sapere.. .

Marti

SERVIZIO VOLONTARIATO EUROPEO IN MACEDONIA

Gennaio 14, 2009

Iniziamo proprio da questo: Bitola, seconda città macedone per grandezza e uno degli ultimi luoghi che si incontrano prima di entrare in territorio greco. Doveva essere questa la meta del mio viaggio che avrebbe dovuto svolgersi nell’arco di nove lunghi mesi. Purtroppo non è stato così, poiché la mia permanenza si è risolta in alcune settimane, giusto il tempo di capire che Ohrid è una delle città più mediterranee e affascinanti dei Balcani Occidentali e che Bitola è una lunga strada popolata di caffè affollati ad ogni ora del giorno.

Non solo questo però mi ha insegnato la mia breve incursione nella terra che ha dato i natali ad Alessandro Magno. Dopo essermi laureata ero partita così fiduciosa e carica di speranze, certo sempre idealista ma desiderosa di mettermi alla prova per la prima volta in una terra straniera per lungo tempo. Avevo scelto il Programma di Servizio Volontariato Europeo (SVE) perché mi sembrava, nel grande mare delle opportunità di volontariato, quello dal livello qualitativo più alto e soprattutto dalla notevole varietà di proposte formative.

Sfortunatamente mi sono dovuta ricredere, a mie spese, su molti aspetti su cui poggia il funzionamento e la gestione dello SVE. Le premesse del mio viaggio dovevano farmi presagire una sua non riuscita: l’esordio è stato l’imbottigliamento nell’autostrada Venezia-Milano a cui è seguita una corsa folle per raggiungere l’aeroporto di Malpensa dove non avrei mai preso l’aereo per Skopje. In ogni caso, vista la mia determinazione, il giorno stesso mettevo piede sul suolo macedone e giungevo a Bitola, in attesa di iniziare a lavorare come volontaria all’interno di una scuola per l’infanzia e di un centro linguistico.

I primi giorni sono stati incoraggianti: conoscenza degli altri volontari SVE, insediamento nel nuovo appartamento, scoperta della città, primo contatto con i bambini e gli studenti della scuola e con l’associazione ospitante. Allo stesso tempo però c’erano alcuni aspetti che facevano presagire un peggioramento della situazione: il problema maggiore era legato alla graduale presa di coscienza di come vi fosse un divario tra i contenuti del progetto, così come indicati sulla carta, e le effettive attività da sviluppare. Tutti i laboratori a cui avrei dovuto partecipare non esistevano e la scuola non era strutturata in maniera articolata come immaginavo.

Nonostante queste lacune, ero in ogni caso decisa a proseguire e, viste le premesse poco fortunate, lo SVE assumeva una nuova veste, quella di creare delle solide basi per rendere la scuola e il centro linguistico che mi ospitavano più dinamici e attivi.

Ricordo ancora il giorno in cui Progetto Giovani di Padova mi ha chiamato: stavo percorrendo la strada che conduceva all’ufficio dell’organizzazione ospitante e che passava attraverso il mercato cittadino, quando mi è stato comunicato che il mio progetto era stato cancellato. Le emozioni di quel momento sono state un connubio di stupore, incredulità e non comprensione. Ma che cos’era accaduto a meno di una settimana dal mio arrivo?

Era successo che i volontari che mi avevano preceduto avevano espresso forti lamentele verso l’organizzazione ospitante per la sua mancanza di supporto logistico e morale e soprattutto per il fatto che nelle associazioni destinate alla realizzazione del progetto le attività erano inesistenti. A seguito di questa serie di reclami, l’organizzazione responsabile della gestione dello SVE nel Sud Est Europa, Salto, aveva effettuato una missione volta a verificare se tali problemi effettivamente esistevano. Naturalmente, vista la mia fortuna, l’indagine aveva prodotto la decisione di chiudere l’accreditamento all’associazione ospitante.

C’era dunque ancora una speranza: vista l’impossibilità da parte di Salto di cancellare progetti già approvati come il mio, la decisione ultima spettava alle singole Agenzie nazionali. Dunque, la mia sorte era ora nelle mani dell’Agenzia Nazionale di Roma: da quel giorno sono iniziate lunghe telefonate che hanno coinvolto il quadrilatero Padova, dove il Progetto Giovani ha tentato in tutti i modi di darmi supporto, Treviso, dove la mia famiglia si interrogava sul mio futuro, Roma, con la sua folle burocrazia e Bitola, piccolo punto nei Balcani dove vivevo ore d’attesa in cui la speranza lasciava gradualmente posto alla delusione.

Un’ulteriore complicazione è sorta nel momento in cui mi sono interfacciata con l’Agenzia Nazionale italiana, dotata del potere ultimo di decidere sulla mia sorte. Purtroppo, se a Bitola il dialogo con l’ente d’accoglienza era difficile, con Roma la situazione non era migliore. Ricordo lunghe telefonate volte a spiegare il disagio che vivevo in quel momento e come questa confusione non fosse dipesa in alcun modo da me. Nonostante abbia più volte testimoniato la mia volontà di rimanere, ho incontrato scarsa flessibilità da parte dell’ente italiano tanto che gli altri volontari SVE sono rimasti a Bitola, trovando inserimento in un nuovo progetto, mentre io ho dovuto far rientro anticipato in patria.

Quando ho capito, dopo l’ennesima telefonata, che la mia esperienza si stava concludendo ancora prima che fosse iniziata, ho gettato la spugna.

Che cosa potevo fare? Effettivamente non vi erano le condizioni per poter rimanere a Bitola dove le possibilità di crescita formativa erano pressoché nulle. Non volevo ritornare anticipatamente in Italia, dopo che avevo salutato tutti per un lungo viaggio di nove mesi. Diverse sono state le ipotesi che ho passato in rassegna in quei giorni: dalle più concrete, come contattare associazioni locali accreditate SVE, alle più assurde, quali vendere cetrioli al mercato locale. Effettivamente l’impresa di vivere in un Paese senza copertura assicurativa e medica e senza alcuna solida base lavorativa non era delle più facili.

Date queste premesse e vista la possibilità offertami da Roma di poter candidarmi nuovamente per un Progetto SVE, una volta tornata in Italia, ho ripreso la via di casa. La delusione e l’amarezza per ciò che mi è successo mi hanno portato a riflettere sulla validità ed il senso del volontariato: il mio caso forse rappresenta un’eccezione ma è sintomatico di come vi siano degli aspetti su cui è necessario riflettere al fine di migliorare il funzionamento dell’intera macchina SVE. Le parole chiave su cui bisognerebbe focalizzare l’attenzione dovrebbero essere: maggiore selezione nella fase di accreditamento, maggior coordinamento tra gli enti coinvolti nel Programma (Agenzie Nazionali, enti ospitanti e d’invio) e grande attenzione da parte dei volontari nella scelta del progetto.

Quest’ultimo punto rappresenta un aspetto prioritario: nonostante la mia esperienza, credo ancora che il volontariato abbia una valenza positiva, soprattutto se si è giovani, alle prime armi e desiderosi di inserirsi nell’ambito delle relazioni internazionali e dell’associazionismo. E’ necessario però che la scelta del progetto sia fatta con cura e che vi siano dei contatti diretti tra volontario e associazione ospitante al fine di approfondire i contenuti delle attività da svolgere. Non è sufficiente, infatti, visionare la scheda presente nel database SVE ma è d’obbligo raccogliere quante informazioni possibili, poiché ciò che è scritto spesso non corrisponde alle reali attività in cui sarà impegnato il volontario.

La mia strada lavorativa mi ha portato a tentare nuovamente l’esperienza SVE e, sebbene vi fossero le premesse per recuperare l’immagine un po’ sbiadita che ho del Programma, ho deciso infine, di percorrere altre vie.

Bitola ha rappresentato comunque un momento di formazione e di crescita individuale poiché mi ha permesso di affacciarmi al mondo del volontariato internazionale con maggior consapevolezza, conscia di quanto l’entusiasmo giovanile che ci accompagna, debba essere moderato dall’idea che molto spesso la realtà d’intervento non risulta in linea con le proprie aspettative.

Caterina racconta la sua esperienza di Servizio Volontario Europeo a Bucarest per il progetto “Educational and Social Work with Street Children Concordia Social Project Pater Georg Sposhill” nell’associazione Concordia Romania.

Dicembre 16, 2008

Ciao!!! Sono Caterina, 24 anni. Ho fatto una esperienza SVE in Romania l’anno scorso, sono partita a settembre e ci sono stata quasi sette mesi fino ad aprile.

L’idea di fare questa esperienza a Bucarest con i ragazzi di strada, quelli che avevo visto nei documentari in TV, che vivono in branchi nei tombini e sniffano l’Aurolac per non sentire il freddo e la paura, mi entusiasmava e spaventava allo stesso tempo. Ma mentre pensavo alla paura ero già in aereo e viaggiavo verso Bucarest… non potevo tornare indietro. Al mio arrivo, più di venti volontari come me, quasi tutti austriaci e tedeschi, ma anche francesi, norvegesi, un’altra italiana. Il primo periodo l’ho passato ubriaca di emozioni tra le lezioni di rumeno, i suoni di questa lingua sconosciuta parlata dai ragazzi di strada e gli operatori, il contatto con i ragazzi e il loro mondo, specialmente grazie a Tokio, un ragazzo di strada che parlava un po’ di italiano perché era stato in Italia con Miloud (da pochissimo è nei cinema il film Parada che racconta la storia di Miloud e dei ragazzi a cui ha insegnato l’arte circense… beh, io ne ho conosciuti alcuni di quei ragazzi salvati da Miloud). Pian piano ho imparato la lingua, ho imparato come rapportarmi ai ragazzi di strada, i volontari sono diventati miei amici di avventura con i quali ho condiviso tutto, le gioie, le difficoltà, le vittorie e le sconfitte.

Pur tra le mille difficoltà, l’esperienza è stata bellissima, speciale, unica. Mi ha cambiata nel profondo, ha cambiato il modo che ho di percepire tutto ciò che mi succede, di vivere tutte le esperienze che mi si presentano. Mi ha dato una forza nuova.

Ho lavorato con i ragazzi di strada, sono stata seduta con loro, gli ultimi e i disprezzati da tutti, ai bordi di tombino dietro la stazione di Bucarest, mentre loro mangiavano la loro cena a base di fette di pane avvolte in un pezzo di giornale e aspiravano la colla dal loro sacchetto. Sono stata con loro al centro di raccolta nei sobborghi di Bucarest, dove ho frequentato il corso di rumeno e alla fine l’ho imparato, per poter parlare con loro. Sono poi stata spostata (di mia volontà) a lavorare con i bambini più piccoli, figli di ragazzi di strada, di famiglie svantaggiate o semplicemente trovati per strada da soli, prelevati alle famiglie che li maltrattavano o li mandavano a chiedere l’elemosina. Sono diventata lì “mami Caterina”, la loro mamma dalle 8 di mattina alle 16 insieme a Sergiu. Insieme a noi i nostri 16 bambini (dai 6 ai 15 anni) facevano i compiti, mangiavano, giocavano. Noi cercavamo di lenire la sofferenza che si leggeva dal loro comportamento ribelle e ingestibile di essere bambini senza una casa, una famiglie e una vita normale.
Io mi occupavo nel centro di tutte le attività manuali: a Natale abbiamo fatto un mercatino con le candele che abbiamo preparato con i bambini, a Pasqua abbiamo dipinto le uova. Abbiamo colorato con gli acquerelli e le tempere, creato con la plastilina (con i più piccoli) e l’argilla (per i più grandi), decorato gli ambienti comuni, personalizzato le camerette. I bambini mi seguivano rumorosi nelle attività, si stancavano presto, non seguivano le istruzioni, litigavano tra di loro per tutto, mi facevano letteralmente impazzire. Quando finivo le ore di lavoro spesso ero senza forze. Senza forze ma felice.

Ho conosciuto anche dei ragazzi rumeni che sono diventati miei amici, i quali mi hanno aiutato a conoscere la loro cultura, così diversa dalla nostra. E che me l’hanno fatta amare, loro così poco sorridenti, cosi duri, cosi diffidienti all’inizio, comportamenti ereditati dal loro passato di dittatura e comunismo, che è finita solo qualche anno fa. Loro che però, una volta diventati amici, mi hanno offerto una disponibilità infinita.

Dopo il corso di lingue noi volontari siamo stati tutti smistati nelle diverse case dell’associazione, ma il fine settimana facevamo di tutto per vederci, raccontarci, uscire nei mille bar e “club” di Bucarest, scrollarci di dosso nei nostri giorni liberi il lavoro e la stanchezza della settimana. Quando avevo bisogno di qualcuno loro c’erano.
Con loro ho viaggiato per la Romania, ho visitato la Transilvania e visto il Mar Nero.  Michelangela prima e Michela poi dall’Informagiovani di Padova mi hanno sempre sostenuto, prima durante e dopo, risposto con massima disponibilità a tutte le mie domande e ai miei dubbi.

Sono tornata a casa una Caterina diversa, che sa apprezzare tutto ciò che ha e che riesce a sorridere alla vita molto più spesso di come era abituata a fare.

L’Associazione Karibu Africa si racconta a Progetto Giovani

Dicembre 15, 2008

Karibu è una parola swahili che significa “benvenuto” ed è questo l’obiettivo della Associazione Karibu Africa: dare il benvenuto all’Africa, alla sua storia e cultura. Karibu Afrika nasce dalla volontà di alcuni studenti della facoltà di Scienze Politiche di Padova nel maggio 2004.

L’obiettivo primario è quello di farsi portavoce di tutte quelle persone conosciute a Nairobi, delle loro esperienze e progetti. Karibu Afrika ha numerose attività culturali e informative in Italia e in Kenya.

Semestralmente organizza il corso “Studying Africa in Africa” che si svolge a Nairobi in collaborazione e all’interno dei progetti di Koinonia Community (ONG internazionale), Africa Peace Point (polo per la pace kenyano) e Amani (ONG italiana). A Nairobi collabora con la Hope International School e UNILAC, rispettivamente scuola e università dei rifugiati dei Grandi Laghi. Ha inoltre attività relative allo smaltimento rifiuti e tutela ambientale e al calcio all’interno della baraccopoli di Mathare. In Italia organizza conferenze, seminari, incontri nelle scuole ed eventi culturali con l’obiettivo d’approfondire tematiche solitamente poco affrontate dai media.

Il found raising è effettuato per sostenere i progetti in corso di realizzazione a Nairobi: l’aiuto economico non vuole creare dipendenza ma dare un incentivo iniziale alla realizzazione di attività che generino entrate economiche in loco. Non crediamo nella cooperazione come asettico apporto economico a progetti decisi dall’alto, ma nella condivisione di progetti con persone locali e nell’alleviamento delle iniziali difficoltà infrastrutturali.

Lo spirito di Karibu Afrika è quello di creare un modello nuovo di cooperazione basato sul protagonismo dei giovani e dell’Africa, una cooperazione che sia scambio e non puro e semplice dono. I nostri progetti in Africa sono nati tutti in loco previo accordo e progettazione co-partecipata con i nostri partner locali. Karibu Afrika Onlus ha la sua base operativa a Padova ma ha gruppi di supporto e azione anche a Bologna, Pordenone, Torino e Milano.

La sede è in via S. Sofia 5.
Sito web: www.karibuafrika.it
e-mail: karibuafrika@libero.it
Tel: 3407777318
3495959965